Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata (con dedica autografa a Guido Rocca) di Perucatti Eugenio - libri usati su Comprovendolibri.it

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Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata (con dedica autografa a Guido Rocca) di Perucatti Eugenio

89,00 €

Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata (con dedica autografa a Guido Rocca) di Perucatti Eugenio

89,00 €

 

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Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata (con dedica autografa a Guido Rocca)
 

Autore: Perucatti Eugenio
Editore: Fratelli Perucatti Gaeta
Anno: 1955
Condizioni: BUONE CONDIZIONI
Categoria: LEGISLAZIONE
ID titolo: 96775723

"Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata (con dedica autografa a Guido Rocca)" è in vendita da venerdì 15 dicembre 2023 alle 23:36 in provincia di Milano

Note su "Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata (con dedica autografa a Guido Rocca)":
ORIGINALE CON DEDICA AUTOGRAFA

Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata
Fratelli Perucatti Gaeta 1955
avvocato Perucatti Eugenio
con dedica autografa a Guido Rocca
direttore del settimo giorno 7°
imperfezioni d’usura e del tempo, strappetti componibili
condizioni come da fotografie
pagine 464 più nota finale

Il direttore Eugenio Perucatti

Eugenio Perucatti arriva sull’isola di Santo Stefano a dirigere il carcere borbonico nell’agosto del 1952. Vi resterà per ben otto anni e cambierà profondamente le strutture, le regole e l’atmosfera stessa del carcere. Il figlio, Antonio, ricorderà la sua opera nel libro che porta il titolo: Quel criminale di mio padre, proprio a testimoniare che il padre trovandosi di fronte ad un regolamento penitenziario obsoleto, doveva necessariamente violarlo palesemente. Cattolico, padre di dieci figli, quando arriva sull’isola, la prima cosa che fa è far leggere ai suoi collaboratori il terzo comma dell’art. 27 della Costituzione, in vigore da appena cinque anni.
Nel 1956 scrive il libro Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata. Alla fine del libro, rivolgendosi ai detenuti, scrive: ho inteso difendere il diritto delle vostre anime a purificarsi con equa espiazione, a ottenere mezzi idonei per rinnovarvi, a essere rimessi nel consorzio civile riconciliandosi con l’umanità.
Il 6 di luglio del 1960 due detenuti riescono ad evadere dal carcere di Santo Stefano e questa è stata una buona scusa per chiederne le dimissioni.
Il 17 novembre del 1964 Alfonso Corbo ex direttore del carcere annuncia la sua chiusura. Piano piano il carcere si svuota e l’ultimo scaglione lascia l’isolotto il 16 aprile del 1965.



Guido Rocca (Milano, 26 gennaio 1928 – Milano, 15 maggio 1961) è stato uno scrittore, drammaturgo e sceneggiatore italiano.
Figlio dello scrittore Gino Rocca, al centro di un intreccio di illustri famiglie, è nipote della famosa sarta e stilista Biki, e con i Crespi, vecchi proprietari del Corriere della Sera, i Binda e Giacomo Puccini. Il padre, infatti, nel 1926 aveva sposato Franca, figlia di primo letto di Fosca Gemignani Leonardi Crespi, sposata in seconde nozze col senatore Mario Crespi (Nembro, 3 settembre 1879 † Milano, 22 giugno 1962), - uno dei proprietari del Corriere, zio di Giulia Maria.

Dopo aver completato il liceo al Parini, interrotti gli studi di giurisprudenza, il giovanissimo Guido seguirà le orme del padre nel giornalismo collaborando a numerose testate.

Iniziò così una lunga attività giornalistica come corrispondente da Parigi, redattore e critico drammatico dell’Europeo. Fa la cronaca sul Corriere Lombardo, si occupa di sport sul Milan-Inter, di cose mondane su Omnibus, con La Notte è cronista di nera.

Nel 1948 entra a Settimo Giorno, settimanale di Milano dove esordì come narratore, oltre che inviato, poi redattore capo, infine nel 1954 ne prende la direzione che lascerà nel 1957 per dedicarsi maggiormente all’attività letteraria. «Fuoriclasse di un giornalismo innovativo», nel ’57 fu, fra l’altro, critico teatrale de La Patria, scrive pure il Risorgimento di Napoli, il Radiocorriere ed altre testate, allorquando lasciò Milano per trasferirsi a Roma. Con Vittorio Gassman, Federico Zardi, Indro Montanelli, Giancarlo Fusco sceneggiò nel 1959 le puntate dello spettacolo televisivo Il Mattatore.

Sin dagli esordi drammaturgici Rocca si distinse per un «...teatro di costume a sfondo satirico o psicologico», secondo Eligio Possenti, l’autorevole critico del Corriere della Sera, rivelando un sicuro talento e una notevole lucidità d’analisi, nel plumbeo clima del dopoguerra caratterizzato anche da torbide spregiudicatezze della nuova generazione. Le sue opere furono tradotte in diverse lingue.

Attento osservatore e demistificatore dei tempi moderni (G. Luti), racconta una società ricca di contraddizioni e contrasti, quasi l’impietosa «...denuncia dello smanioso arrivismo nella società del benessere» (I. Puppa). I suoi personaggi, mossi in uno slancio di protesta, antisociali e ribelli, inseguono disperatamente un equilibrio che non raggiungono mai, e alla fine sono sconfitti dalla vita e dalle convenzioni sociali che avevano cercato di rovesciare. Un pessimismo andrà solo in parte attenuandosi, verso un riscatto morale.

Tra le sue commedie si ricordano I coccodrilli, dove indaga il mondo giovanile «...di viziati ragazzi-bene che si pongono come unico traguardo la conquista della ricchezza» (Geron); i pettegolezzi e la corruzione, che fanno da contorno al fatato ambiente cinematografico, sono al centro de La conquista di Roma; Una montagna di carta, ispirata dall’attività giornalistica, tratteggia i problemi di certa stampa scandalistica sempre pervasa dal cinismo, pronta a ingigantire le notizie, a violare l’intimità della gente, sfruttando sventure e avventure pur di assicurarsi lo scoop; Un blues per Silvia sull’utilitarismo dei rapporti che regolano l’alta società, incapaci di opporsi e allo stesso tempo costretta a obbedire al conformismo e all’omologazione; Mare e whisky sulla frivolezza dell’élite che affollano le più esclusive spiagge italiane.

Il suo teatro, accolto da vivi consensi, venne portato sulle scene dalle principali compagnie dell’epoca come la Proclemer-Albertazzi, il Piccolo di Milano e la Masiero-Volonghi-Lionello: per il critico Antonucci (1986), «...prometteva sviluppi ancora più interessanti e l’affrancamento da certi toni troppo cronachistici, ma la morte, precoce e improvvisa, impedì all’autore di continuare il suo discorso sull’Italia del boom».



 

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