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Ransho – L’arte del tatuaggio giapponese


€ 220,00

  Ransho – L’arte del tatuaggio giapponese
 
di Masato Sudo , Testi A Cura Di Tadashi Lizawa, Donald RichieLuglio 1990 Prima edizione ItalianaRizzoli Editore – Milano
ARTE TATUAGGI GIAPPONESI IREZUMI JAKUZA

I tatuaggi giapponesi sono sempre più popolari e diffusi. Ciò che li rende così interessanti e misteriosi è il significato profondo che li caratterizza. Probabilmente è questo il motivo per cui la tradizione giapponese è così longeva e ricca. In origine, come avveniva in diverse culture, il tatuaggio in Giappone era visto come uno strumento di appartenenza a una particolare classe o gruppo. In altri casi, come spesso accade ancora oggi, aveva una valenza spirituale e rappresentava una sorta di charm o una dimostrazione di devozione. Nell’irezumi sono sempre rappresentati eroi e personaggi leggendari. Ognuno ha una storia, spesso fatta di coraggio, sacrificio e lealtà. Il desiderio di chi li porta è emularli, ma anche assimilare le loro qualità. Alcune volte invece, ci si riconosce nel loro destino. I volti delle donne giapponesi sono affascinanti, i pittori del periodo Edo rivaleggiavano tra loro per dipingere le più belle signore della città: cittadine, cortigiane e Geishe. Nel mondo dell’irezumi si dice che chi si tatua una donna, misteriosamente attiri altre donne a sè. Molti tatuatori giapponesi confermano questo. Forse in un ambiente dove ogni tatuaggio è considerato un amuleto, esso acquisisce uno strano potere. Le prime tracce di tatuaggi Giapponesi risalgono all’era preistorica Jomon (10.000-300 A.C.), dove delle statuette di argilla riportano incisioni che riproducono possibili tatuaggi. La prima testimonianza scritta sui tatuaggi giapponesi è una cronaca cinese del 300 D.C. che riporta l’uso del tatuaggio presso gli indigeni giapponesi. Il primo scritto giapponese invece, ne parla come tecnica punitiva, che consisteva nel tatuare l’ideogramma “cane” sulla fronte dei criminali (800 D.C.). Lo stesso documento precisa che gli appartenenti alle caste inferiori venivano tatuati con righe o croci sulle braccia per riconoscere i reati minori. Solo molto più tardi si inizia a parlare di tatuaggi giapponesi con finalità decorative, per imprimere preghiere buddiste o pegni d’amore. Questo tatuaggio venne chiamato Hori-bari e nel 1700 il governo ne vietò l’uso presso le caste inferiori.
Solo molto più tardi si inizia a parlare di questa tecnica con finalità decorative, per imprimere preghiere buddiste o pegni d’amore. Questo tatuaggio venne chiamato Hori-bari e nel 1700 il governo ne vietò l’uso presso le caste inferiori. L’Irezumi (che significa inserire sumi, l’inchiostro nero orientale), cioè il tatuaggio Giapponese che conosciamo noi, si sviluppò nel periodo Edo (1600-1868) ma non si sa con precisione quando si diffusero i tatuaggi full-body (che ricoprono la quasi totalità del corpo) che ancora oggi ne costituiscono il tratto più distintivo.
Fu allora che si creò il “canone” dell’Irezumi, cioè un insieme codificato ed immutabile di immagini. Nel periodo Edo venne pubblicato più volte in Giappone il romanzo classico cinese “Suikoden”. I personaggi erano riuniti in una banda, combattevano e proteggevano il popolo e i poveri oppressi dai governanti corrotti della dinastia Cinese Sung (circa 1300 D.C.). I capi di questo gruppo di fuorilegge erano ampiamente tatuati e gli artisti che illustrarono questo libro facevano a gara per realizzare i ritratti più sgargianti degli eroi del racconto enfatizzando e esagerando i loro tatuaggi.
Presto il popolo giapponese si identificò in questa novella ed iniziò a tatuarsi, emulando i disegni degli eroi: operai, commercianti e artigiani, ma anche gli Ya-ku-za (mano vincente nel gioco) che all’epoca erano dei gruppi di giocatori d’azzardo e che più tardi si unirono nell’organizzazione criminale che oggi conosciamo con questo nome. Alcuni dei simboli usati ancora oggi nell’Irezumi sono, infatti, dipinti nelle carte che usavano gli Yakuza nel gioco d’azzardo: l’Hana-Fuda. Il massimo splendore dell’Irezumi si raggiunge tra il 1700 e il 1800, grazie alla diffusione di queste immagini nelle stampe Ukiyo-e. Si formarono allora i grandi artisti del tatuaggio, perché alcuni incisori di stampe iniziarono a tatuare (oltre che incidere le tavole da stampa).A quel punto alcuni scelsero di eseguire solamente tatuaggi come professione facendosi chiamare maestri incisori (Hori-shi). Da qui viene il nome Hori che hanno i maestri dell’Irezumi. Nel 1853 sotto una forte pressione delle Potenze d’Occidente, per motivi commerciali l’America si impone in Giappone: parte in quel momento la modernizzazione della società, con l’obiettivo di mettersi al passo con il modello occidentale. E’ proprio allora il tatuaggio viene totalmente vietato dalle autorità (sebbene continuasse a sopravvivere in forma sotterranea tra gli Yakuza e in alcune classi di artigiani) fino all’abolizione del divieto da parte del governo di occupazione Americano (1945-1952).
Grazie a contatti con tatuatori Americani, negli anni 70 il tatuaggio giapponese iniziò ad essere riconosciuto in Occidente e reputato lo stile più artistico ed elegante per esprimere questa arte millenaria. Proprio nel Paese in cui è diventato una forma nazionale d’arte riconosciuta e apprezzata nel mondo, il tatuaggio è diventato quasi socialmente ’tabù’ in quanto (anche) segno distintivo dei membri della yakuza , la mafia giapponese. Se si è tatuati non si può entrare in un “onsen” pubblico, tanto che di recente c’è stato un mezzo incidente internazionale perché a una donna proveniente dalla Nuova Zelanda fu negato l’accesso a un onsen in Hokkaido. La donna - Maori - era tatuata su mento e labbra, secondo le tradizioni ancestrali del suo popolo. Un esempio di fraintendimento tra culture diverse, ma anche di un ormai radicato pregiudizio nel Giappone contemporaneo
Tutta tela editoriale blu con titoli oro al dorso, splendida sovraccoperta illustrata a colori e titoli in bianco, formato in 4° cm. 27 x 31, pagine 142 : 16 pagine di testo + 120 pagine di inarrivabili foto a colori f/t (la maggior parte a tutta pagina, anche a doppia pagina ) + pagine biografie e indice. Condizioni usato , minimi segni del tempo alla sovraccoperta , perfetto, eccellente esemplare da collezione. Fondamentale e molto rara opera di riferimento sull’argomento, molto ricercata da appassionati e collezionisti.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Le regolarità della Politica – scritti scelti raccolti e pubblicati dagli allievi


€ 280,00

  Le regolarità della Politica – scritti scelti raccolti e pubblicati dagli allievi
 
di Gianfranco Miglio1988 ( opera completa in due volumi)Giuffrè Editore – Milano
STORIA SCIENZE POLITICA FEDERALISMO LEGA NORD GIANFRANCO MIGLIO

Gianfranco Miglio (Como, 11 gennaio 1918 – Como, 10 agosto 2001) è stato un giurista, politologo, docente e politico italiano. Ha insegnato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ove fu preside della Facoltà di Scienze politiche dal 1959 al 1989. È stato allievo di Alessandro Passerin d’Entrèves e Giorgio Balladore Pallieri, sotto la cui docenza si è formato sui classici del pensiero giuridico e politologico. Libero docente nel 1948, Miglio si dedicò negli anni cinquanta allo studio delle opere di storici e giuristi, soprattutto tedeschi: dai quattro volumi del Deutsche Genossenschaftsrecht che Otto Von Gierke scrisse tra il 1869 e il 1913, ai saggi di storia amministrativa di Otto Hintze, alcuni dei quali, negli anni seguenti, vennero tradotti in italiano dal suo allievo e ferrato germanista Pierangelo Schiera (O. Hintze, Stato e società, Zanichelli 1980). Fu di quegli anni l’incontro del giovane Miglio con l’immensa produzione scientifica di Max Weber: il professore comasco fu uno dei primi ad aver studiato a fondo Economia e Società, l’opera più importante del sociologo tedesco che era stata completamente trascurata in Italia. Da sempre sostenitore di ipotesi di trasformazione dello Stato italiano in senso federale o, addirittura, confederale, fra gli anni ottanta e i novanta è stato considerato l’ideologo della Lega Nord, in rappresentanza della quale fu anche senatore, prima di ’rompere’ con Umberto Bossi e dar vita alla breve stagione del Partito Federalista.
Per capire l’approccio di Miglio alla politica va tenuto presente il suo essere abituato a pensare ’per millenni ’ (caratteristica che Miglio diceva di aver ereditato dal suo maestro Alessandro Passerin D’Entrèves ) , una ’buona’ abitudine, oggi scomparsa tra i politologi, che determina due conseguenze. In primo luogo, lo spinge a studiare quelle che sono le strutture invariabili della politica (regolarità). E Miglio ne cita alcune : la ricerca di un dominio esterno ; il competere degli egoismi umani ; la presenza nel gruppo politico di un “capo decisivo” ; la natura fittizia, ma altrettanto necessaria, al fine della rappresentanza, dello scambio protezione-obbedienza tra cittadini e potere politico); la natura ciclica e minoritaria della classe politica ; l’antitesi comunità-società ; il ruolo delle ideologie politiche nei processi di legittimazione ; la contrapposizione amicus-hostis . In secondo luogo, nel quadro di queste regolarità formali, Miglio colloca anche il rapporto tra uomo e potere, o se si preferisce, tra libertà, autorità e protezione, in termini di logica concreta delle istituzioni. Cioè non indaga le istituzioni dal punto vista formale come nel liberalismo giuridico, ma in chiave realistica: ne analizza il funzionamento effettivo . Il nodo teorico che Miglio cerca di sciogliere è il seguente: le istituzioni politiche e sociali nascono per proteggere la libertà dell’uomo, ma purtroppo nel tempo finiscono per rispondere a una propria logica interna di tipo utilitaristico-funzionale, dove, ad esempio, l’obbedienza finisce per avere la meglio su protezione e libertà. Si tratta di un processo, o ciclo, che rende le istituzioni politiche, al tempo stesso, coercitive e superate, perché non più adeguate alla realtà storica, e, ancora peggio, incapaci di tutelare le libertà concrete, a cominciare da quella economica. Di qui la necessità di istituzioni, come ad esempio il federalismo, capaci di riflettere politicamente, quella fluidità sociale ed economica, che nel tardo Novecento, sembra segnare la fine del ciclo politico dello stato moderno. La sua intera attività di ricerca e studio appare indirizzata alla decifrazione di quelli che definiva – con una formula tacitiana, già adottata da Pietro De Francisci – come gli Arcana Imperii, ossia le strutture più profonde dei rapporti di potere. All’interno della sua teoria, un ruolo cruciale era rivestito dall’ipotesi che esistessero due tipi differenti tipi di relazioni umane, entrambe originarie e strutturalmente irresolubili l’una nell’altra: l’ ’obbligazione politica’ e il ’contratto-scambio’. Ma la sua convinzione – soprattutto a partire da un certo momento – era in particolare che la politica fosse sostanzialmente irriducibile al diritto e a ogni regolamentazione giuridica. Il vincolo politico era dunque destinato, inevitabilmente, a disordinare ogni ordinamento, oltre che a mostrare il proprio carattere originario. Un carattere originario contrassegnato dalla relazione personale di dominio del capo sul proprio seguito, dalla contrapposizione con un nemico esterno, dalla produzione di ideologie, dalla redistribuzione di rendite garantite. Il disegno complessivo della sua teoria doveva essere esposto in quelle Lezioni di politica pura che Miglio promise più volte ai suoi lettori, ma di cui non riuscì mai a portare a termine la stesura. Per questo motivo, nei contributi dello studioso comasco – raccolti soprattutto nei due volumi delle ’Regolarità della politica’ (Giuffrè) , le riflessioni sul - cristallo- dell’obbligazione politica risultano solo accennate , tanto che il quadro teorico che Miglio aveva elaborato affiora solo nei suoi contorni generali.
Brossura morbida con bandelle figurata a colori con titoli , fregio e cornice in nero, pagine LXXV + 1104 ( numerazione continua) , opera completa in due volumi : I + II . Condizioni usato , minimi segni del tempo ai piatti, interno perfetto allo stato del nuovo, eccellente opera da collezione completa in due volumi . Ricercata opera che raccogli tutti i principali scritti del ‘Professore’, fondamentale per capire il suo pensiero. Opera esaurita ( da subito) presso l’editore e molto rara da reperire sul mercato.
La presente opera fa parte della collezione personale.

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Le mosche ( tre atti)  – Porta chiusa ( un atto )


€ 52,00

  Le mosche ( tre atti) – Porta chiusa ( un atto )
 
di Jean – Paul Sartre , (trad. G. Lanza, M. Bontempelli)27 Gennaio 1947 – Prima edizione e traduzione ItalianaValentino Bompiani – Milano
LETTERATURA FRANCESE JEAN-PAUL SARTRE TEATRO ESISTENZIALISMO UMANISMO ATEO MARXISMO LIBRI RARI PRIME EDIZIONI

Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980) è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo, critico letterario e attivista francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo, che in lui prende la forma di un umanismo ateo in cui ogni individuo è radicalmente libero e responsabile delle sue scelte, ma in una prospettiva soggettivista e relativista. In seguito Sartre diverrà un sostenitore dell’ideologia marxista e del conseguente materialismo storico. Nel 1964 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, che però rifiutò, motivando il rifiuto col fatto che solo a posteriori, dopo la morte, sia possibile esprimere un giudizio sull’effettivo valore di un letterato. Nel 1945 aveva già rifiutato la Legion d’onore e, in seguito, la cattedra al Collège de France. Sartre fu uno dei più importanti intellettuali del XX secolo, influente, amato e criticato al tempo stesso, e uno studioso le cui idee furono sempre ispirate a un pensiero politico orientato verso la sinistra internazionale (negli anni della guerra fredda sostenne talvolta le ragioni dell’allora Unione Sovietica, pur criticandone anche duramente la politica in diversi suoi scritti). Divise con Simone de Beauvoir la propria vita sentimentale e professionale, pur avendo entrambi altre relazioni contemporanee. Ebbe inoltre rapporti di collaborazione culturale con numerosi intellettuali contemporanei, come Albert Camus e Bertrand Russell, con cui fondò l’organizzazione per i diritti umani denominata Tribunale Russell-Sartre. Secondo Bernard-Henri Lévy, il teatro di Sartre colpisce ancora per i suoi testi, che contengono inquietanti profezie sulla crisi della civiltà occidentale capitalista e consumistica, e per la sua forza. Fu inoltre autore di romanzi e di importanti saggi.
Le mosche e Porta chiusa sono tra i testi più significativi del teatro esistenzialista, due sguardi sull’abisso, due drammi che affrontano alcuni dei temi più cari a Sartre: la libertà, il valore delle scelte, il rapporto con gli altri e il senso dell’esistenza. Le mosche (1943), singolare rifacimento delle Coefore di Eschilo, ha per protagonista Oreste, il giustiziere matricida che prende su di sé, con atto di personale responsabilità, il rimorso di Egisto e dell’intera città di Argo per l’assassinio di Agamennone. Compiuta la vendetta, Oreste tornerà alla sua solitudine e con lui si allontaneranno anche le mosche, simbolica materializzazione del rimorso collettivo. Porta chiusa (1944) è quasi un manifesto dell’impossibilità del rapporto interpersonale:’ l’enfer c’est les autres’, l’inferno sono gli altri, scrive Sartre. La porta attraverso la quale vengono introdotti i tre ospiti-prigionieri in realtà non è affatto chiusa, ma la vera prigionia è sancita dal cerchio infernale dei rapporti, dall’impossibilità di comunicare nonostante la necessità vitale della convivenza.
Brossura morbida a colori rilegata a filo con fregio e titoli in nero, formato in 16° cm. 10,5 x 18, pagine 239, condizioni usato , normali segni del tempo ai piatti, firma di appartenenza a matita, interno molto fresco, eccellente esemplare da collezione. Si tratta di un’opera che sul mercato, in certi momenti, sfiora la rarità, e sicuramente di contenuto imperdibile.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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La faccia verde ( titolo originale : Das gruene Gesicht )


€ 90,00

  La faccia verde ( titolo originale : Das gruene Gesicht )
 
di Gustav Meyrink , Traduzione A Cura Di Mario Benzi , Copertina Di Nerino (neri Nanetti)1931 - IX - Prima edizione e traduzione ItalianaR. Benporad & Figlio – Firenze
ESOTERISMO OCCULTISMO MISTICISMO MAGIA GUSTAV MEYRINK JULIUS EVOLA PRIME EDIZIONI LIBRI RARI

« .....Non tenni quel sogno in nessun conto finché un giorno, spinto da una forza misteriosa, mi vidi costretto a scrivere Das gruene Gesicht ...... ».
Gustav Meyrink, pseudonimo di Gustav Meyer (Vienna, 19 gennaio 1868 – Starnberg, 4 dicembre 1932), è stato uno scrittore, traduttore, banchiere ed esoterista austriaco ; In Italia si deve al filosofo Julius Evola la traduzione e diffusione di molte sue opere . Fallita e chiusa l’esperienza in banca, Meyrink decise di cambiare completamente la sua attività e con essa la sua vita intraprendendo la carriera di scrittore. Dapprima iniziò a leggere un gran numero di libri sull’occultismo, preso da una ansia ardente di sapere. Desideroso di approfondire quanto appreso, iniziò a frequentare gli ambienti spiritici, ma rimase ben presto deluso dai personaggi cui veniva a contatto. Tali frequentazioni, però, fecero emergere una capacità visionaria nascosta nella sua personalità e che lo spinse in maniera decisiva verso la carriera di scrittore. Inizia così a usare lo pesudonimo con cui a tutt’oggi rimane noto (Meyrink): le sue prime storie sono una serie di racconti apparsi sulla rivista Simplicissimus di Monaco, raccolte successivamente in quattro volumi: Wachsifgurenkabinett, Orchidee, Der heisse Soldat, Jorn Uhl und Hilligenlei, poi riuniti, insieme ad altri lavori all’epoca inediti, nei tre tomi di Des deutschen Spiessers Wunderhorn, edita sempre a Monaco nel 1913. Il vero successo, però, giunse con la pubblicazione de Il Golem (Der Golem, 1915). Seguirono Das grüne Gesicht (1917 - Il volto verde), Walpurgisnacht (1917 - La notte di Valpurga), Der weisse Domenikaner (1922 - Il domenicano bianco) e Der Engel vom weistlicher Fenster (1927 - L’angelo della finestra occidentale). Negli anni Venti e Trenta lo scrittore austriaco, sin dalle prime traduzioni dei suoi romanzi era stato oggetto di una profonda attenzione da parte dei più significativi esoteristi italiani, quelli che facevano parte del cosiddetto Gruppo di Ur, che curò la pubblicazione delle riviste “Ur” e “Krur” tra il 1927 ed il 1929. Fra essi Julius Evola, che parlò ampiamente di lui anche nel suo fondamentale Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo (Bocca, 1932), in un capitolo dedicato all’Alta Magia; e poi Massimo Scaligero che, probabilmente in risposta all’articolo di Spaini, sempre su “L’Italia letteraria” pubblicò un’ampia disamina della sua narrativa il 15 settembre 1934, con un titolo che è anch’esso significativo: Misticismo e narrativa: che cosa c’è in Meyrink.
Il viso verde si può definire un ‘racconto iniziatico’, o, come affermava Hermann Hesse, un ’testo mistico’: situato nell’Europa sconvolta dalla Grande Guerra, ad Amsterdam, punto di interferenza di varie culture e di distinti orientamenti spirituali. Sullo sfondo di una folla di figure interiormente amorfe, si stagliano alcune dramatis personae che sono gli attori principali di questa ‘sacra commedia’. Fortunat Hauberisser, il protagonista, dopo una giovinezza trascorsa nel recinto sociale ordinario, pervenuto a un punto morto interiore lo supera aprendosi a un influsso sopraumano, e a tutti gli stupori e le maraviglie che da esso emanano. Suo complemento femminile è Eva van Druysen, che unirà il suo cammino a quello di Hauberisser per compiere quella che l’antica sapienza chiamava una sintesi ierogàmica, il cui frutto è la rinascita dell’Androgino primordiale. Poi, il nobile e colto ebreo Sephardi, conoscitore profondo di insegnamenti esoterici; il generoso barone Pfeill, introdotto anch’egli alle dottrine occulte; Svammerdam, sincera figura di vecchio spirituale, in grado di penetrare oltre le cortine del mondo fisico; quindi l’ebreo russo Eidotter e il calzolaio Klinkherbogk, visionari estatici posseduti da una rovente aspirazione al divino; infine lo zulù Usibepu, “signore del fuoco” capace, attraverso tecniche di tipo sciamanico, di porsi in contatto col grande Serpente-Spirito. Incastonati nella narrazione delle vicende di questi personaggi, gli insegnamenti sapienziali limpidamente richiamati dall’Autore trasformano Il viso verde in ‘visione’: della potenza luminosa che sgorga nel crepuscolo dell’anima contratta dell’uomo, per suscitarvi le occasioni propizie al compimento graduale del Risveglio. E’ proprio nel Volto verde che Meyrink raggiunge il vertice della sua arte di «romanziere chimerico» e del suo stile «mirabilmente visivo» – e il vertice del suo istrionismo, se con questa parola si intende una strepitosa capacità di insufflare vita narrativa nelle più ardue immagini esoteriche: in questo caso la leggenda del volto verde, ossia del volto evanescente di colui che detiene «le chiavi dei segreti della magia» e, immortale, è rimasto sulla terra per radunare gli eletti.
Brossura morbida figurata a colori di chiaro stampo futurista ( disegni di Nerino ), formato in 8° piccolo cm. 15 x 20,5 , pagine 173, firma di appartenenza alla prima pagina bianca , bellissima inserzione pubblicitaria a colori alla quarta di copertina. Condizioni usato , normali segni del tempo ai piatti, interno eccellente , pagine molto fresche, legatura solida, nessuna mancanza, nel complesso ottimo esemplare da collezione. Rara e ricercatissima opera di nicchia.
Nel 1997 apparve, per i tipi di Ar (nella collezione ‘il Cavallo alato’), la seconda versione italiana dell’opera, con il titolo ’ Il viso verde ’ : curata da Franco Freda, preceduta dalla presentazione di Ezio d’Intra.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Un  Caffe’ per favore. L’Espresso al Bar in Italia


€ 44,00

  Un Caffe’ per favore. L’Espresso al Bar in Italia
 
di Giulia Settimo1989 Prima edizionePubblistampa Edizioni Periodici Spa - Milano
CUCINA CAFFE’ ESPRESSO ITALIA CULT

L’espresso è diventato in tutto il mondo sinonimo del caffè italiano e si distingue per la procedura di preparazione, che consiste sostanzialmente nel pressare la finissima polvere di caffè e di lasciare che l’acqua bollente crei una bevanda cremosa dall’aroma ricco e piacevole. Ma come si prepara un espresso impeccabile e quali sono i fattori che incidono sul sapore? Non per niente, la professione del barista è considerata in realtà una vera e propria arte. Per servire un eccellente espresso, non è necessaria una miscela composta solo da chicchi di caffè tostati in modo regolare. Esiste, infatti, una sorta di rituale da osservare. All’interno di una macchina da caffè tradizionale, si trovano due circuiti per l’acqua. Il primo per l’acqua fresca, il secondo scalda lo scambiatore di calore e fornisce il vapore e l’acqua bollente. L’espresso classico si prepara con circa 7 grammi di finissimo caffè macinato, 25 ml di acqua bollente sottoposta a una pressione di 9 bar da parte della polvere di caffè. Questa procedura produce un caffè concentrato caratterizzato da una crema color nocciola, soffice e vellutata, dal gusto rotondo. L’espresso non deve risultare né amaro né bruciato e si serve in tazzine di porcellana spessa, che ne esaltano il sapore. Quando andiamo al bar per quello che è diventato un rito tutto italiano, assaporiamo un caffè preparato ad arte che c’invidiano in tutto il mondo. Un espresso dall’aroma inconfondibile di cui andiamo fieri. Con il termine estrazione, gli esperti intendono l’articolazione di aromi, gusto e robustezza nella polvere di caffè. Si tratta di un procedimento molto rapido, stabilito a seconda del grado di macinazione, temperatura dell’acqua, pressione e tempo di contatto tra l’acqua e la polvere. Oltre all’estrazione ottimale, esistono anche altri due tipi di estrazione. La sottoestrazione, che risulta da una pressatura insufficiente, una dose scarsa di caffè, una grana di macinatura troppo grossa oppure il filtro freddo. Il caffè appare chiaro, di scarsa consistenza cremosa e di colore giallognolo. La sovraestrazione, invece, è dovuta a una dose eccessiva di caffè, un grado di macinatura elevato oppure all’acqua troppo calda. L’espresso, in questo caso, si caratterizza per una macchia chiara o un cosiddetto “buco nero” al centro. Allora, come riconoscere l’espresso perfetto anche se non se ne hanno le competenze? Oltre al tipico colore nocciola, la crema dell’espresso perfetto ha un aspetto compatto e privo di bolle e deve restare intatta per circa 5 minuti, senza aprirsi nel mezzo. Si tratta di piccoli accorgimenti che consentono di valutare subito la qualità dell’espresso servito.
Quando un cliente entra al bar e chiede – Un caffè , per favore – compie un gesto che nel nostro Paese si ripete 14 miliardi di volte l’anno e che contribuisce a realizzare dal 21% al 31% del fatturato del locale ( 28,2% in media nazionale), per un valore globale annuo molto importante e significativo. Una straordinaria ricerca su tutto il territorio nazionale, realizzata dalla A.C. Nielsen , mette in luce tutti irisvolti dell’espresso all’italiana , uno dei tre o quattro simboli ( insieme agli spaghetti, alla pizza, alla Ferrari di Maranello) che distinguono in assoluto l’Italia nel contesto delle nazioni. Un importante strumento d’informazione utile non solo agli addetti ai lavori, che rivela aspetti sconosciuti dall’affascinante panorama dei consumi di caffè in Italia e nel mondo.
Brossura morbida illustrata a colori, formato in 8° cm. 17 x 24, pagine XIV + 175 , numerose tabelle, grafici e tavole a colori e b/n n/t. Condizioni usato, normali segni del tempo, interno perfetto, nel complesso eccellente esemplare. Unica e fondamentale opera di riferimento sull’argomento , volume raro.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Alessandro Malaspina e la sua spedizione scientifica intorno al mondo (con documenti inediti)


€ 74,00

  Alessandro Malaspina e la sua spedizione scientifica intorno al mondo (con documenti inediti)
 
di Caselli Carlo10 Gennaio MCMXXIX ( 1929)Edizioni Alpes – Milano
VIAGGI ESPLORAZIONI SPEDIZIONI SCIENTIFICHE SCOPERTE ALESSANDRO MALASPINA LIBRI RARI

Alessandro Malaspina (Mulazzo, 5 novembre 1754 – Pontremoli, 9 aprile 1810 ) è stato un esploratore e navigatore italiano a servizio della Spagna, dove è più noto come Alejandro Malaspina. Alessandro fu il terzo figlio maschio di Carlo Morello Malaspina e di Caterina Meli Lupi di Soragna; il padre era il marchese di Mulazzo e di alcuni paesi del circondario mentre la madre, di origine parmigiana, era una nipote del viceré di Sicilia Giovanni Fogliani d’Aragona. Grazie a un attento studio delle imprese degli altri esploratori, in particolare Cook e La Pérouse, Malaspina maturò l’idea che il tempo delle grandi scoperte fosse ormai al termine. Ciò che restava ancora ampiamente da compiere era invece la conoscenza delle terre scoperte, non solo in termini geografici ma coinvolgendo specialisti di ciascuna branca del sapere, comprese le scienze umane e sociali. Da una simile analisi complessiva dei luoghi e del loro contesto erano destinati a trarre beneficio non solo la Corona spagnola (che avrebbe mantenuto il privilegio sulle informazioni di valore strategico) ma anche le altre nazioni europee, verso le quali il prestigio della Spagna si sarebbe accresciuto, e persino le stesse popolazioni indigene. L’approvazione reale giunse il 14 ottobre 1788 , con l’impegno a dotare la spedizione di tutti i mezzi economici, logistici e diplomatici necessari per trasformarla in una ricognizione generale dei luoghi di interesse per la Spagna. In accordo con l’impostazione di ampio respiro scientifico e politico proposta da Malaspina, in ogni aspetto della missione si ricercò il meglio. Venne ordinata la costruzione ex novo delle due corvette destinate alla spedizione, e vennero diffusi bandi tra i migliori ufficiali della Real Armada per comporre l’equipaggio. La selezione del supervisore scientifico, dei naturalisti di bordo, del cartografo e dei pittori e disegnatori venne compiuta tra i migliori professionisti disponibili in Spagna e all’estero, superando in molti casi le comprensibili resistenze nazionali. Anche i ruoli ’di servizio’ come chirurghi e cappellani furono riempiti con inconsueta attenzione alla loro efficacia per la spedizione. Le corvette gemelle, battezzate Descubierta e Atrevida in onore di Cook (Discovery e Resolution erano le navi dell’esploratore inglese) furono varate il 12 giugno 1789; la spedizione salpò da Cadice il 30 luglio, dopo aver completato l’allestimento e il carico; ancora una volta la missione era stata preceduta da una estenuante e precisa pianificazione, nel corso della quale Malaspina aveva richiesto il parere di numerosissimi esperti. A bordo vennero portati gli strumenti scientifici più moderni e accurati e costituita una ricca biblioteca e un’ampia raccolta delle carte nautiche sino allora redatte. Le corvette toccarono i più importanti approdi di quasi tutti i possedimenti spagnoli: Rio della Plata, Patagonia, Malvine, Cile, Perù, Ecuador, Panama (ove furono raccolti elementi geografici in vista di un eventuale taglio dell’istmo), Messico, California, costa nordovest dell’America fino all’Alaska (nell’infruttuosa ricerca del leggendario passaggio a nordovest), Isole Marianne, Filippine e Tonga; inoltre fecero puntate anche in possedimenti inglesi (Nuova Zelanda, Australia) e portoghesi (Macao). Di ogni luogo furono misurate le coordinate geografiche e tracciata la cartografia; fu studiata la storia naturale, copiate memorie storiche e dati statistici forniti dalle autorità locali e dai missionari più colti, raccolti reperti etnologici. In vari casi gli scienziati si spinsero anche nelle regioni interne. Il Malaspina lasciò il proprio nome a un ghiacciaio che scende dal monte Sant’Elia (Alaska) e a un insediamento sul golfo di San Giorgio (Patagonia).
Brossura morbida muta con sovraccoperta figurata con titoli in nero e fregio in rosso, formato in 8° cm. 16 x 21, pagine 205 con alcune tavole fotografiche in b/n su carta patinata a tutta pagina f/t al solo recto , larga marginatura , cornicina nera in testata . Condizioni usato , segni del tempo e fioriture sparse alla sovraccoperta, pagine leggermente ingiallite, dorso completo ma riparato , legatura solida, volume fruibilissimo, nessuna mancanza, nel complesso ottimo esemplare. Importante e rara opera di riferimento, significativo volume relativo a viaggi ed esplorazione.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Alle Porte dell’Arte -  Architettura, artigianato e arredo urbano nei portoni storici di Reggio Emilia


€ 68,00

  Alle Porte dell’Arte - Architettura, artigianato e arredo urbano nei portoni storici di Reggio Emilia
 
di A Cura Di Luciano Rivi E Gianni Truzzi1999 DicembreGrafitalia (reggio Emilia) , Per Conto Istituto Tecnico Statale Blaise Pascal E Consorzio Legnolegno
ARCHITETTURA ARREDO URBANO PORTE E PORTONI STORIA LOCALE REGGIO EMILIA LIBRI RARI

Porte e portoni costituiscono un elemento importante della specifica fisionomia di ogni città. Insieme a diverse componenti di quanto oggi viene indicato come ‘ arredo urbano’, i serramenti concorrono a rendere assolutamente particolare lo spazio percettivo dei centri storici in cui abitiamo , in una complessa stratificazione di testimonianze tra passato e presente. Un corretto intervento di tutela rivolto a questo ricco patrimonio artistico e culturale implica innanzitutto una precisa azione conoscitiva , volta all’individuazione di forme, tecniche e modelli legati alla pratica dei mestieri storici. Dagli esempi di maggiore impegno artistico , per chiese e palazzi, alle più semplici presenze riscontrabili nell’architettura di ogni via del centro storico , si tratta di testimonianze comunque da legare a modelli e tradizioni , all’interno di una sorta di articolata e storicamente determinata ‘ vita delle forme’.
Legatura lucida morbida figurata a colori con bandelle, formato in 4° cm. 22 x 29,5 , pagine 227, ricchissimo apparato iconografico : oltre 600 tra foto , stampe e disegni (numerati) a colori e b/n n/ t con esaustive didascalie. Condizioni usato, minimi segni del tempo ai piatti, interno perfetto allo stato del nuovo, eccellente esemplare da collezione. Fondamentale e rara opera di riferimento sull’argomento, volume esaurito e fuori commercio.
Il presente volume fa parte della mia collezine personale.

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Lezioni di Letteratura russa : Gogol , Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj, Čechov e Gorkij nelle lezioni di un grande maestro.


€ 94,00

  Lezioni di Letteratura russa : Gogol , Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj, Čechov e Gorkij nelle lezioni di un grande maestro.
 
di Vladimir Nabokov , A Cura Di Fredson Bowers , Traduzione Di Ettore Capriolo.12 Giugno 1987 Prima traduzione ed edizione italianaGarzanti - Milano
LETTERATURA RUSSA NABOKOV PRIME EDIZIONI

Vladimir Vladimirovič Nabokov ( Pietroburgo, 23 aprile 1899 – Montreux, 2 luglio 1977) è stato uno scrittore, saggista, critico letterario, entomologo, drammaturgo e poeta russo naturalizzato statunitense. Benché universalmente noto per il suo capolavoro ’ Lolita ’ (1955), scritto in inglese e base per l’omonimo film del 1962 di Stanley Kubrick, Nabokov vanta anche una considerevole produzione in russo; la sua narrativa spazia su varie tematiche: la frammentazione sociale, l’ossessione del sesso, la distopia, mentre invece in ambito saggistico scrisse di entomologia e di scacchi, dei quali era teorico prima ancora che giocatore. ’ Lezioni di letteratura russa ’ è una raccolta di appunti per lezioni tenute da Vladimir Nabokov alla Stanford University Summer School (1941), al Wellesley College e poi alla Cornell University (1948). La raccolta è stata pubblicata in inglese nel 1981, a cura e con introduzione di Fredson Bowers. Questi saggi partono da un excursus biografico e un’analisi delle attitudini e del pensiero dell’Autore (che si rivelano utili per la comprensione delle opere) per arrivare, poi, ad un’analisi più attenta della singola opera e di singole parti del testo. Nabokov cerca sempre di andare oltre il messaggio e oltre la ricerca di tracce di un impegno sociale e politico, per dare più importanza al testo in sè, alla lingua, allo stile, soffermandosi attentamente sui dettagli al fine di aiutare il lettore a guardare le opere da un’altra prospettiva, da un punto di vista dal quale non avrebbe mai pensato di osservare le cose. Con questo criterio vengono analizzate da Nabokov le opere di sei scrittori: Gogol, Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, Gorkij, che fanno parte del meraviglioso canone russo. Di loro parla Nabokov con ammirazione ma senza soggezione alcuna, li tratta alla pari, ma senza presunzione. Partecipa del loro travaglio artistico, si introduce nel loro processo creativo, a volte con garbo li riprende, altre volte senza garbo (come fa con Dostoevskij e con Gor’kij) ne sottolinea qualche errore oppure li applaude entusiasta. Sembra quasi che la sua vecchia passione di cacciatore di farfalle si rinnovi mentre legge i suoi autori e ne sceglie le pagine per lui più significative, ne scopre la bellezza nascosta in una frase, in un’osservazione, in un dettaglio
Brossura morbida a colori, formato in 8° cm. 14 x 21, pagine 364 , in appendice : Appunti di Nabokov per un esame di letteratura Russa , alcune tavole in b/n f/t a tutta pagina, condizioni usato , minimi segni del tempo ai piatti, interno perfetto allo stato del nuovo, eccellente esemplare da collezione. Opera estremamente rara e molto ricercata da collezionisti e studiosi, fondamentale opera di riferimento sull’argomento.
Il prtesente volume fa parte della mia collezione personale.

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In vendita da lunedì 16 aprile 2018 alle 17:34 in provincia di Parma  -   PAOLOPR64 vende anche questi libri usati...

 
Fedeli  alla Tribù


€ 58,00

  Fedeli alla Tribù
 
di John King , Traduzione Di Massimo BocchiolaMaggio 1998 Prima edizioneUgo Guanda Editore In Parma
CALCIO HOOLIGANS ULTRAS TEPPISMO INGHILTERRA CHELSEA PRIME EDIZIONI

Titolo originale : The Football Factory
’Coventry è meno di un cazzo. Hanno una squadra di merda e dei tifosi di merda. Hitler ci aveva pigliato a raderla al suolo. L’unica cosa buona che è uscita da Coventry sono stati gli Specials, ma anni e anni fa’.
Chi parla in prima persona è Tom Johnson, tifoso del Chelsea di professione magazziniere. Lo scorrere dei capitoli sembra quasi lo scorrere del campionato di Premier.
«La natura umana non cambia. Gli uomini dovranno sempre rompersi il culo a calci e dopo andarsi a chiavare qualche passera. Questa è la vita». Queste le battute di apertura del volume che racconta in prima persona, per bocca del magazziniere Tom Johnson, le vicende di un gruppo di hooligan del Chelsea al seguito della loro squadra. Un libro spesso preso a riferimento dal movimento ultrà per alcune sue affermazioni anche condivisibili («Nessuna televisione sembra interessata a noi tifosi, ma senza l’urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero assoluto. È una storia d’amore. Sarà sempre così. Senza la passione il football è morto») e che fotografa il disagio degli hooligan tradizionali, ormai emarginati dagli stadi destinati alle famiglie e lontani anche dalle loro immediate vicinanze sempre più controllate da telecamere e polizia. Ecco quindi che i territori per i nuovi scontri di fine millennio divengono le stazioni della metropolitana, pub e altri luoghi, lontano dagli stadi, con gigantesche risse in cui ci si affida alla logica del branco e della violenza («C’è un ruggito che fa andare via la testa la sentiamo la carica e il sibilo dentro alle orecchie di combattere spalla a spalla per il nostro nome e la tribù»). Enfatico, violentissimo, scurrile e sboccato, il libro di King è un’impietosa critica dell’Inghilterra di oggi e fotografa ciò che è rimasto della cultura della working class britannica ai tempi della globalizzazione e del mercato unico . Organizzata in una serie di capitoli che narrano le nefande prodezze dei nostri eroi, tra sbornie, risse e fugaci relazioni sessuali, la vicenda ci conduce fino al punto in cui Tom viene arrestato e costretto a presentarsi in tribunale, fino allo scontro con gli arcinemici del Milwall, in cui il nostro eroe rimane solo e viene malmenato senza pietà dai tifosi avversari (ma nemmeno questo gli farà cambiare idea, in un misto di fierezza virile e di lealtà alla causa: si va avanti, anzi, gli altri ti guarderanno con maggior rispetto). La narrazione è però continuamente infarcita di capitoli in cui l’autore, con indiscutibile abilità, cambia registro e stile per raccontare piccoli spaccati di vita londinese tra miserie umane e speranze tradite, sogni impossibili e frustrazioni che non trovano altro sfogo che l’aggressività, quasi a dimostrare che la violenza del calcio è solo uno degli esiti di una società orribile che genera mostri , sempre pronti a sbattere gli hooligans in prima pagina e tutti pronti all’autoassoluzione (e da qui deriva il titolo originale, The Football Factory). Ne emerge un’umanità schizzata, che segue la propria squadra come unica ancora di salvezza («Ce ne sono tante di partite casalinghe del cazzo, ma ci vai ugualmente, perché se no cosa fai?»), perché, in fin dei conti, picchiare è «meglio che chiavare una passera. Meglio delle pasticche». C’è il riconoscimento che la violenza crea dipendenza, quasi come e più della droga: «Credo che in qualche maniera siamo come dei drogati. Drogati fatti e finiti che cerchiamo lo sballo del cartone. Solo che noi non facciamo la scelta comodina, di starcene seduti belli tranquilli mentre la roba ci dà nella testa, fuori dai ciglioni, a fargli impressione ai vicini di casa. No, noi veniamo qua e ci piazziamo sulla linea del fuoco. È sballo naturale. Adrenalina-dipendenza». Il tutto, ovviamente, permeato dall’esibita consapevolezza che la vita fa schifo, da un machismo da operetta e da una retorica bellica basata su un’intransigente identità etnico-razziale (bianchi, inglesi e anglicani) che vede cockney contro scousers contro geordies contro brummies, e un odio efferato per qualsiasi minoranza, dagli ebrei agli arabi, dagli indiani ai pakistani (per non parlare dei francesi, dei tedeschi o degli italiani). Una specie di semiotica del tifo, non si sa però fino a che punto sincera.
Brossura morbida con alette figurata a colori, formato in 8° cm. 14 x 22, pagine 303. Condizioni usato , normali segni del tempo, pagine leggermente ingiallite, nessuna mancanza, legatura solidissima, nel complesso ottimo esemplare. Fondamentale e rara opera di riferimento sull’argomento : Irvine Welsh l’ha definito il miglior libro che abbia mai letto sul calcio, questo libro ha segnato la passione e l’interesse per il calcio inglese. Quasi un “romanzo di formazione”. E’ un libro crudo, che già dal suo incipit brutale ti colpisce alla mandibola.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Kaputt


€ 42,00

  Kaputt
 
di Malaparte Curzio10 Gennaio 1946Casella Editore - Napoli
LETTERATURA ITALIANA NEOREALISMO ESPRESSIONISMO MALAPARTE FASCISMO SECONDA GUERRA MONDIALE

« Muore tutto ciò che l’Europa ha di nobile, di gentile, di puro. La nostra patria è il cavallo. »
Curzio Malaparte, nome d’arte di Kurt Erich Suckert (Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957), è stato uno scrittore, giornalista, ufficiale, poeta e saggista italiano. È particolarmente noto, soprattutto all’estero , per i suoi romanzi Kaputt e La pelle, opere neorealiste a sfondo autobiografico basati sulla sua esperienza di giornalista e ufficiale durante la seconda guerra mondiale, e Maledetti Toscani. Scrittore dallo stile realistico e «immaginifico» , definito come «cinico e compassionevole» al tempo stesso e talvolta avvicinato alle tematiche e allo stile crudo ed espressionista di Louis-Ferdinand Céline , come intellettuale fu dapprima un sostenitore del fascismo, poi una voce critica e un oppositore dello stesso. Caratteristica della sua letteratura è la mescolanza di fatti reali - lo scrittore è stato infatti avvicinato alla corrente del neorealismo -, spesso autobiografici, ad altri immaginari, talvolta esagerati in maniera voluta e consapevole, fino al grottesco, specialmente quando deve denunciare le atrocità della seconda guerra mondiale. Interventista e volontario nella Grande Guerra, ammiratore di Mussolini e fascista della prima ora, partecipò alla marcia su Roma e fu attivo nelle posizioni di fascismo di sinistra intransigente, sostenendo la cosiddetta rivoluzione fascista; allontanatosi gradualmente dal regime (venne anche mandato al confino, da cui uscì grazie all’amicizia con Galeazzo Ciano, genero del Duce), dopo l’8 settembre 1943 si arruolò nell’Esercito Cobelligerante Italiano del Regno d’Italia e collaborò con gli Alleati (cui pure non risparmiò pesanti critiche) nel Counter Intelligence Corps nella lotta contro i nazisti e i fascisti della RSI. Nel secondo dopoguerra si avvicinò al Partito Comunista Italiano, stringendo amicizia con Palmiro Togliatti, sebbene molti dubitassero della effettiva sua adesione, o avvicinamento, al PCI (e contemporaneamente al Partito Repubblicano Italiano, a cui già aderiva da giovanissimo). Morì dopo essersi convertito alla Chiesa cattolica, assistito dai sacerdoti padre Cappello e padre Rotondi. Lo pseudonimo, che usò dal 1925, fu da lui ideato come umoristica paronomasia basata sulla parola Bonaparte.
« Kaputt è un libro crudele. La sua crudeltà è la più straordinaria esperienza che io abbia tratto dallo spettacolo dell’Europa in questi anni di guerra. Tuttavia, fra i protagonisti di questo libro, la guerra non è che un personaggio secondario. Si potrebbe dire che ha solo un valore di pretesto, se i pretesti inevitabili non appartenessero all’ordine della fatalità. In Kaputt la guerra conta dunque come fatalità. Non v’entra in altro modo. Direi che v’entra non da protagonista, ma da spettatrice, in quello stesso senso in cui è spettatore un paesaggio. La guerra è il paesaggio oggettivo di questo libro. »
Kaputt è un libro scritto da Curzio Malaparte tra il 1941 ed il 1943. È difficile definirlo un romanzo nel senso comune del termine: non ha uno sviluppo di trama prevedibile. È piuttosto un insieme di episodi, in parte autobiografici, tenuti assieme dal riferimento alla cornice bellica in cui si dipana il racconto. Uno degli aspetti più sorprendenti del libro è la sua poliedricità linguistica : è infatti scritto prevalentemente in italiano, ma ha ampi inserti in quasi tutte le lingue europee e slave, con una certa prevalenza di tedesco (qualcosa di più di una seconda lingua per l’autore ), e di francese, la lingua della diplomazia — di cui Malaparte stesso era stato membro — e il più delle volte senza alcuna traduzione. Malaparte racconta fatti realmente vissuti dallo scrittore (anche se a volte romanzati) che per lo più vaga per varie zone di operazione, formalmente in qualità di capitano dell’esercito italiano, ma svolgendo in concreto un ruolo di corrispondente di guerra, che lo avvicina alla figura di Ernest Hemingway. Si sofferma però anche sulla vita romana, alla corte dell’allora ministro degli esteri Galeazzo Ciano. Il libro contiene anche agghiaccianti affreschi della persecuzione degli ebrei proposti con un atteggiamento paradossalmente cinico e compassionevole insieme. Tra le sue pagine troviamo una delle primissime descrizioni delle atroci condizioni nel ghetto di Varsavia in Polonia e dei crimini commessi nel Pogrom di Iași in Romania, dove persero la vita piu’ di 13.000 ebrei. Il filo conduttore dell’intera narrazione è rappresentato dalla morte-Passione di una serie di animali. Tra questi un cavallo, che assurge a simbolo della patria-Europa e la cui morte in sogno, appeso ai bracci di una croce, simboleggia l’agonia di quest’ultima e la fine del Sacro in un mondo mondo oramai segnato dalla tecnica e dalla viltà. Si caratterizza per uno stile visionario e a tratti brutale, per la narrazione in prima persona. I dialoghi sono improntati alla tagliente, surreale ironia con cui il narratore caratterizza soprattutto gli interlocutori più altolocati, che spesso frequenta. A proposito degli altri personaggi, va osservato come essi siano in buon numero realmente esistiti, e nel libro si rivolgano allo scrittore chiamandolo con il suo nome d’arte, invece che con le sue effettive generalità (vedasi in nota; il particolare sembra poco verosimile ed accentua il carattere di realtà parallela che connota la narrazione, sempre in bilico tra storia ed immaginazione
Brossura morbida chiara con titoli e fregio in rosso e nero, sovraccoperta figurata a colori con titoli in nero e rosso, formato in 8° cm. 14,5 x 21,5 , pagine 636 , dedica di pugno ( anonima) al frontespizio, timbro di biblioteca estinta. Condizioni usato, normali segni del tempo, sovraccoperta con piccole mancanze ( riparate) , legatura , volume fruibilissimo , nel complesso ottimo esemplare da collezione completo della rara sovraccoperta.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Fantasmi e leggende dei castelli Parmigiani


€ 90,00

  Fantasmi e leggende dei castelli Parmigiani
 
di Tiziano Marcheselli , Tavole Del Pittore Proferio ( Grossi)20 Novembre 1982Umberto Nicoli Editore – Parma
LEGGENDE FANTASMI STORIA LOCALE PARMA CASTELLI PARMIGIANI AUTOGRAFI

TIZIANO MARCHESELLI (Parma, 6 agosto 1939 – Parma, 27 ottobre 2011) è stato un giornalista, scrittore e pittore italiano. Come scrittore ha pubblicato 46 libri , fra i lavori di maggior impegno la grande opera in tre volumi «Strade di Parma», lavoro fondamentale per conoscere i personaggi che hanno dato il nome alle vie e alle piazze di Parma, corredato di molte immagini e note storiche. Tra gli altri titoli: «Cento pittori a Parma», «Fantasmi e leggende dei castelli parmensi», «Gente di Parma» (due volumi con illustrazioni proprie), «La storia della Tep», «San Francesco del Prato, un tesoro da salvare», «Il nostro amico Sicuri», «Ciao Pampurio», «Un anno a Parma» (sei volumi dal 1986 al 1991 con le foto di Giovanni Ferraguti), «Padre Lino e il suo tempo», «I trent’anni del Circolo di Mariano», «Bruno Calzolari», «Giovanni Voltini», «Verdi, il monumento ritrovato» (con Proferio Grossi, Gian Paolo Minardi e Marzio Pieri), «Dizionario dei parmigiani» (con Fabrizio Marcheselli), «Il testamento di Sicuri», «Parma di una volta», una splendida e completa raccolta di foto d’epoca di Parma (2 volumi per complessive oltre mille pagine, edito nel 2006). Come pittore, dal 1964, oltre ad aver organizzato un centinaio di rassegne artistiche a Parma e provincia, ha tenuto una trentina di mostre personali in varie città italiane, è stato invitato a numerosi concorsi (dal Premio Suzzara a «Scrittori-pittori» ad Aci Trezza, con Buzzati, Gatto, Zavattini; da «Riccione-Arte» alla «Biennale» di La Spezia), vincendo una cinquantina di premi.
PROFERIO GROSSI (Vignale, 1º marzo 1923 – Parma, 4 novembre 2000) è stato un pittore italiano . L’Artista nasce a Vignale di Traversetolo, paese della collina parmense, e dopo gli studi classici a Parma si trasferisce a Milano dove si iscrive all’Accademia di Brera. Qui diventa l’allievo prediletto di Atanasio Soldati, suo concittadino e caposcuola dell’Astrattismo geometrico. Nel 1948 aderisce al MAC (Movimento Arte Concreta) e nel 1954 allestisce la sua prima personale nello Studio B 24 a Milano, dove poi nel 1957 organizza la 1ª Rassegna Arte Concreta alla Galleria Schettini. Numerose sono le mostre personali, di gruppo e antologiche tenute da Proferio Grossi in gallerie italiane e straniere, da quella alla Camattini di Parma nel 1960all’ultima del settembre 2000 a Suzzara. Per i suoi meriti artistici viene nominato membro dell’Accademia di Belle Arti di Parma e di altre qualificate accademie, fra cui la Arts Sciences Lettres di Parigi. Di lui scrivono autorevoli critici su giornali, riviste e prestigiose pubblicazioni d’arte: è tra gli artisti invitati nel 1986 a realizzare un’opera per la celebrazione del 6º Centenario della Fondazione del Duomo di Milano. Grossi è presidente dell’Associazione Parmense Artisti per una decina d’anni, sin dalla fondazione nel 1980. Tra i vari riconoscimenti in quasi sessant’anni di attività pittorica, riceve nel 1992 il premio europeo Lorenzo il Magnifico dell’Accademia Internazionale Medicea di Firenze e nel 1994 il premio Felce a Bologna. Illustra copertine di riviste e vari libri, tra cui Fantasmi e leggende dei castelli parmensi di Tiziano Marcheselli, Per Anna di Vincenzo Buonassisi e Verdi, il monumento ritrovato, con mostre dei 28 grandi dipinti di quest’ultimo libro al Ridotto del Teatro Regio di Parma, nel Castello di San Secondo Parmense e a Busseto.
Opera che colma la lacuna della scarsa bibliografia dedicata alla voce ‘ Fantasmi , folletti e favole ’ nelle pubblicazioni editoriali Parmensi. Nelle vecchie favole c’era si qualche cattivo, tempi e luoghi erano spesso poco reali, ma le vicende appassionavano , c’era di solito il lieto fine e non mancava mai la morale. E poi dove lo mettete il fascino del mistero ? Maghi , streghe e fantasmi sono indiscutibilmente le proiezioni dei nostri mali, delle nostre debolezze di fronte ai temi che la scienza non riesce a sviscerare. Le storie pubblicate dall’autore si riferiscono alle seguenti leggende locali : La fata di Montechiarugolo, Il vitello d’oro di Berceto, Donna Cenerina a Soragna, Il diavolo a Pietra Piana, Ottobono Terzi a Guardasone, La dama bianca di Pellegrino, Giacomo Pallavicino a Bargone, I due mastini di Rusino, Richida di Gusaliggio, Don Bernardino a Varano Melegari, Ranuccio I e le streghe, Altre storie......
Tutta tela editoriale di colore marrone con titoli e fregi in oro ai piati e dorso, sovraccoperta figurata a colori con titoli in giallo , formato in 4° grande cm. 22,5 x 31,5 , pagine 125 con 12 tavole a colori f/t a tutta pagina al solo recto del pittore Proferio Grossi. Condizioni usato, normali segni del tempo alla sovraccoperta, interno perfetto allo stato del nuovo , eccellente esemplare da collezione. Opera arricchita da dedica con autografi di pugno sia dell’autore (Marcheselli Tiziano) che del Pittore Proferio ( Grossi Proferio), dedica ad un personaggio molto conosciuto dell’editoria locale Parmense. Volume non comune di difficile reperibilità.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.


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Le radici di una rivolta. Il movimento studentesco a Roma: interpretazioni, fatti e documenti Febbraio - Aprile 1977.


€ 30,00

  Le radici di una rivolta. Il movimento studentesco a Roma: interpretazioni, fatti e documenti Febbraio - Aprile 1977.
 
di A Cura Del Collettivo Redazionale La Nostra Assemblea .1977 Prima edizioneFeltrinelli – Milano
POLITICA RIVOLTA STUDENTESCA ROMA CONTESTAZIONE ANNI 70 STORIA PRIME EDIZIONI

Febbraio 1977: per la prima volta dopo il ’68 rinasce il movimento di massa degli studenti. La scintilla, partita da Palermo e Napoli, raggiunge presto Roma e Bologna, che diventano i principali centri di mobilitazione, con le università occupate e con le strade periodicamente invase dagli studenti. Il movimento ha caratteristiche nuove: critica le sinistre e i sindacati, ma attacca anche le formazioni extraparlamentari; rifiuta il leaderismo, punta ad obiettivi globali («riprendiamoci la vita»), cerca di saldare personale e politico... A Roma dove l’esplosione giovanile raggiunge la sua massima ampiezza, l’università viene riempita di scritte, di murales, di messaggi in cui rabbia e disperazione si intrecciano a ironia ed autocoscienza. Il movimento incontra subito la diffidenza di autorità, di politici, di studiosi, anche di sinistra. Si parla di trionfo dell’irrazionalità. La realtà è più complessa. Perché proprio ora questa esplosione d’insofferenza? Sui muri dell’università di Roma si legge: «Come il ’68? No, è peggio, c’è la crisi». Questa strana primavera studentesca è il sintomo, importante, di una nuova domanda sociale e antropologica - nata sotto la pressione della crisi - che aspira a diventare anche domanda politica. La rabbia del sottoproletariato giovanile e l’inquietudine studentesca sfociano in parte in un’inedita violenza di massa, istintiva e nevrotica. Ma c’è anche una breve stagione in cui le intuizioni di pochi si saldano al disagio e all’insofferenza di molti, dando vita a un’elaborazione culturale originale ed incisiva. Proprio a questa nuova «cultura disorganica» è dedicato questo libro, sforzo di documentazione, anzitutto, ma anche primo tentativo di una lettura in profondità.
«La Nostra Assemblea» è il nome di una cooperativa editoriale che raccoglie studenti, operai, sindacalisti ed operatori sociali di Roma. Pubblica anche una rivista, con lo stesso nome, che si occupa di problemi sociali, politici ed ecclesiali, con particolare riferimento alla realtà delle borgate romane.
Brossura morbida figurata a colori, formato in 8° , pagine 191, Condizioni usato allo stato del nuovo, eccellente esemplare da collezione.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Le più antiche storie del mondo.


€ 32,00

  Le più antiche storie del mondo.
 
di Theodor Herzl Gaster , Prefazione Di Giorgio Levi Della Vida30 Dicembre 1960Giulio Einaudi Editore – Torino
LEGGENDE MITI EROI TRADIZIONI RELIGIONI SAGGI PRIME EDIZIONI

Theodor Herzl Gaster (21 luglio 1906 - 2 febbraio 1992) è stato uno studioso biblico americano nato in Inghilterra noto per il lavoro sulla religione comparata , la mitologia e la storia delle religioni Come Joseph Campbell, il Dr. Gaster cercò di recuperare i miti e le favole dei primi ittiti, cananei, ebrei, greci e romani. Il suo obiettivo principale era quello di comprendere le storie nel contesto del tempo in cui furono create. L’autore fu uno dei più eminenti studiosi delle antiche religioni e l’opera : - Le più antiche storie del mondo - , un insieme di 12 storie babilonesi, ittite e cananee , è stata una delle sue più suggestive ed autorevoli produzioni. Nell’introduzione Gaster fornisce nozioni essenziali sui popoli che scrissero le storie contenute nel volume, in che alfabeto e lingua e su che supporto vennero scritte e soprattutto come vennero tradotte (interessantissima la sua digressione sulla prima interpretazione della lingua cananea da parte di Bauer e Dhorme). Non mancano nemmeno cenni sulla forma, lo stile e in particolare su quel linguaggio formulare (kenningar) così ricorrente anche nell’epica greca (la famosa aurora dalle rosee dita in Omero) e nei poemi anglosassoni (Beowulf e Judith su tutti, ulteriormente arricchito dal fenomeno prettamente indigeno dell’allitterazione).
Tutta tela editoriale di colore arancione con titoli in nero al dorso, sovraccoperta figurata a colori , formato in 8° cm 16 x 21,5 , pagine 244 con 10 tavole fotografiche in b/n a tutta pagina al solo recto f/t . Condizioni usato, normali segni del tempo alla sovraccoperta, interno perfetto, nel complesso eccellente esemplare da collezione. Una preziosa raccolta di racconti che hanno ispirato la letteratura fantasy del novecento.
Il presente volume fa parte della collezione personale.

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Doctrine de l’Ecole de Rio de Janeiro et pathogénésie Brésilienne


€ 480,00

  Doctrine de l’Ecole de Rio de Janeiro et pathogénésie Brésilienne
 
di Benoît Jules Mure ( L’Institut Homeopatique Du Brasil E L’Institut Homeopatique Du Paris )1849 Prima edizione assoluta.L’Institut Homéopathique Du Paris ( In Realtà Autoprodoto Dall’Autore)
MEDICINA NATURALE OMEOPATIA SCUOLA BRASILIANA JULES MURE PRIME EDIZIONI ASSOLUTA RARITA’ OPERA CULT

-Le volume contenant une exposition méthodique de l’homéopathie , la loi fondamentale du dynamism vital, la théorie des doses et des maladies cronique, les machines pharmacutiques, l’algebre symtomatologique, la classification philosophique des espèces medicinales, et trente-six expèriences pures - .
Benoît Jules Mure ( 15 maggio 1809 a Lione - 4 marzo 1858 a Il Cairo) , è stato un naturalista e omeopatico anarchico-comunista francese , considerato uno degli iniziatori e grande promotore dell’omeopatia in Brasile, dove era chiamato - Bento Mure - . Figlio di ricchi mercanti di seta di Lione, ha viaggiato in tutta Europa e ha trascorso un periodo in Sicilia dove ha cercato di curare la sua tubercolosi . Viene curato nel 1833 da Sébastien Des Guidi , discepolo di Hahnemann e introduttore dell’omeopatia in Francia. In seguito a ciò si è dedicò allo studio dell’omeopatia ed intraprese gli studi di medicina presso l’ Università di Montpellier , di tradizione omeopatica. Il dottore Mure era un utopico, un incorporeo e soprattutto un soggetto dotato di una tenacia invincibile ed invidiabile , quelle persone che credono che lo sviluppo scientifico sia in realtà evoluzione solo quando c’è un progresso etico simultaneo. L’autore ha cercato di restituire vitalità al pensiero medico del recente impero brasiliano , tiene lezioni per il futuro dell’arte medica, è un proselito di una medicina sociale più attiva, inizia a difendere i significati e gli scopi della sua particolare concezione degli obbiettivi di salute pubblica. Contro una pratica di esclusione ( degli strati più deboli della società) egli include nel suo progetto il trattamento degli schiavi e delle classi sociali senza accesso alla medicina della Corte Imperiale . Infatti, l’omeopatia è stata , durante l’intero periodo della schiavitù, l’unica medicina usata dagli schiavi, poiché aveva due qualità indispensabili: basso costo ed efficienza. C’era un curioso miscuglio nelle proposte del Dottor Mure ; il socialismo da sempre legato alla passione religiosa. E’ stato un ideologo ostinato e perspicace e ha compreso , come hanno dimostrato gli studi successivi , la necessità del sostegno politico e accademico per il raggiungimento di posizioni più stabili per la pratica omeopatia. Quindi Mure si mobilita per ottenere questo sostegno premendo sulle istituzioni, prendendo contatti politici importanti e cercando con vari mezzi uno status più rispettabile per la divulgazione delle pretiche omeopatica. Il suo obiettivo era quello di avere un parere favorevole dall’accademia medica tradizionale per l’allora nuova disciplina medica al fine di raggiungere un riconoscimento condiviso. Ma è attraverso il suo lavoro empirico / sperimentale che il suo progetto assunse una dimensione mondiale , infatti Mure nella sua - Patogenesi e Dottrina Brasiliana della Scuola Medica di Rio de Janeiro - , redige e compila una serie di 39 patogenesi (esperimenti metodici di sostanze stupefacenti) con sostanze ottenute, selezionate e preparate secondo la farmacopea omeopatica, in un periodo storico di cui le difficoltà scientifiche erano letteralmente enormi. Le successive edizioni del suo libro compaiono nel 1853 (Stati Uniti) e nel 1859 (Spagna). Il lavoro sperimentale organizzato da Mure non solo è ancora appropriato per i sussidi per la ricerca storica, e persino per uno strumento terapeutico, poiché in effetti rappresentava un punto di riferimento insolito nella conservazione della biodiversità. Questo era in un momento in cui tali preoccupazioni erano praticamente inesistenti. Potremmo dire che il lavoro di questo idealista è provocatorio, originale e soprattutto moderno se consideriamo che c’è un boom nella ricerca attuale alla ricerca di nuove sostanze medicinali nelle foreste tropicali .Si può osservare in - Patogenesi brasiliana - , lo sforzo di una generazione di scienziati impegnati nella ricerca creativa di nuove visioni per la medicina legata ad un modello sociale ben definito, visionari che, come lui , furono disposti a scovare le sostanze medicinali andando alla ricerca sul campo organizzando una pratica medica innovativa utilizzando elementi ottenuti dai regni della natura, molti dei quali ignorati (o appena catalogati) da altri studiosi illustri.
Legatura rigida originale con titoli, cornicine e fregi in oro al dorso, pagine LX + 363 , tagli spruzzati, numerosi disegni in b/n n/t. anche a tutta pagina. Condizioni usato, normali segni del tempo , rare fioriture, nessuna mancanza, completamente originale, legatura solidissima , volume fruibilissimo, pagine eccezionalmente fresche, nel complesso eccellente esemplare da collezione.
Questa è l’opera più importante del dottor Mure , instancabile apostolo dell’omeopatia, del quale tutti gli studiosi ed appassionati dovrebbero essere a conoscenza , forse non pienamente consapevoli dell’immensa vitalità ed energia mostrata da questo zelante discepolo di Hahnemann , nella propagazione della nuova disciplina dell’omepatia. Fondamentale opera di riferimento sull’argomento , volume della più grande rarità , assolutamente introvabile, autoprodotto dall’autore in poche copie. Ristampa anastatica nel 2011.
Il presente volume fa parte della collezione personale

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Thomas Mann


€ 44,00

  Thomas Mann
 
di Hans Mayer , Traduzione Di Clara Bovero.1955 Prima edizione ed unica traduzione Italiana.Giulio Einaudi Editore Spa - Torino
LETTERATURA TEDESCA MONOGRAFIE SAGGI THOMAS MANN PREMIO NOBEL PRIME EDIZIONI

Hans Mayer (Colonia, 19 marzo 1907 – Tubinga, 19 maggio 2001) è stato un giurista e germanista tedesco, ricercatore di letteratura tedesca e di scienze sociali, internazionalmente riconosciuto come critico, scrittore e musicologo. Studiò nelle università di Colonia, Bonn, Berlino e Ginevra. Emigrò dalla Germania nel 1933: lavorò in Svizzera e negli Stati Uniti, tornando in patria alla fine della guerra. Lì ha insegnato sociologia, storia e letteratura tedesca in varie università della Repubblica federale e della Repubblica democratica tedesca; da ultimo si è ritirato a Tubinga. Fra le sue numerose opere, sono state tradotte in italiano: Thomas Mann (Einaudi, 1955), Brecht e la tradizione (Einaudi, 1972), Richard Wagner(Mondadori), Saggi sulla letteratura tedesca contemporanea (Mursia) e I diversi (Garzanti).
Paul Thomas Mann semplicemente noto come Thomas Mann (Lubecca, 6 giugno 1875 – Kilchberg, 12 agosto 1955) è stato uno scrittore e saggista tedesco. Premio Nobel nel 1929, è considerato una delle figure di maggior rilievo della letteratura europea del Novecento . Al centro dell’opera di Mann c’è la decadenza della società borghese ed il contrasto fra quel mondo e l’artista. Egli avverte i limiti angusti e la mancanza di spiritualità del mondo borghese. Modello fondamentale per Mann fu Goethe che nelle sue opere conciliò la ragione con la fantasia, la vita reale con le esigenze dello spirito. Mann fu anche preciso conoscitore di filosofi e musicisti del suo tempo: Nietzsche, Tolstoj, Freud e Wagner.
Dall’Indice: Prefazione all’edizione italiana; H. M. - L’artista alla fine dell’èra borghese - Tre volte Lubecca - I fratelli - Impossibile sintesi tedesca - Disordine e rendiconto - Francia stilizzata - Realismo e leitmotiv - La Montagna incantata come provincia pedagogica - Il sanatorio borghese (i malati e la loro malattia) - Mario e il mago - Ironia e parodia - Il libro dell’inizio ( Giuseppe e i suoi fratelli (Giuseppe e la grande ripetizione (Problemi del mito) - Giuseppe il nutritore (Poesia e scienza))) - Il cammino che porta a Goethe - Figure femminili nell’opera di Mann - Il libro della fine ( Doctor Faustus (Trattato teologico-politico - Il destino dell’arte - La Germania e i Tedeschi)) - Dal Doctor Faustus al Felix Krull - Thomas Mann e Gerhart Hauptmann - Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull - Ritratto dell’ottuagenario.
Brossura morbida a colori con titoli e fregio in nero , sovraccoperta patinata con titoli in bianco, rosso e nero ed illustrata con un’elaborazione grafica di un’immagine fotografica in b/n parzialmente virata in azzurro e in rosso , formato in 8° cm. 16 x 21, 5 pagine VIII + 356+(12) , tavola patinata in antiporta illustrata in b/n (ritratto fotografico di Thomas Mann) . Condizioni usato, segni d’uso e minime mancanze alla sovraccoperta , interno perfetto , eccezionale freschezza dell’opera, eccellente esemplare da collezione.
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L’eroe dai mille volti


€ 84,00

  L’eroe dai mille volti
 
di Campbell Joseph , Traduzione Dall’Edizione Americana A Cura Di Franca PiazzaNovembre 1958 Prima edizione ItalianaGiangiacomo Feltrinelli Editore – Milano
LEGGENDE MITI EROI TRADIZIONI RELIGIONI SAGGI PRIME EDIZIONI

«Senza - L’eroe dai mille volti - probabilmente starei ancora scrivendo‪ ‎Guerre Stellari‬».
George Lucas
Joseph John Campbell (White Plains, 26 marzo 1904 – Honolulu, 30 ottobre 1987) è stato un saggista e storico delle religioni statunitense. Il suo pensiero è stato diretto a suggerire connessioni tra lo studio della mitologia comparata e la psicologia analitica. Si è ispirato a Jung, che aveva riscontrato la presenza di figure archetipiche nell’inconscio collettivo. Questi archetipi condividono la struttura della maggior parte dei miti di tutte le culture del mondo.
Dietro il mito Campbell ha individuato quattro funzioni : Metafisica (che risveglia un senso di meraviglia davanti al mistero dell’essere), Cosmologica (che espande la forma dell’universo), Sociologica (che conferma e sostiene l’ordine sociale esistente), Pedagogica (che guida l’individuo attraverso i vari stadi di passaggio della propria vita). Questa struttura può essere, ad esempio, quella del mito dell’eroe, presente in varie culture (L’eroe dai mille volti, è il titolo di uno dei suoi contributi teorici più importanti). La vita dell’Eroe, a grandi linee, passa quasi sempre da questi stadi: Nascita misteriosa; Relazione complicata col padre (orfano, padre cattivo, ecc.), Ritiro dalla società, apprendimento di una lezione (molte volte aiutato da una guida soprannaturale), Ritorno alla società e riporto dei suoi apprendimenti in quella società, molte volte grazie ad un’arma che solo lui/lei può usare (nelle mitologie occidentali recenti si tratta piuttosto di un lui - questo potrebbe interessare il movimento femminista). Il mito è da sempre oggetto di analisi da parte di storici, filosofi, antropologi, sociologi, che ne hanno proposte le interpretazioni più disparate, riconfermandone però sempre l’importanza nell’ambito della vita associata. Anche gli psicoanalisti si sono rivolti a esso: per loro il mito, come il sogno, rivela la struttura stessa della psiche. Secondo Jung, il mito sarebbe un sognare a occhi aperti, il sogno una continuazione del mito ed entrambi la manifestazione di motivi arcaici, che rivelano l’esistenza di elementi strutturali della psiche inconscia. Questi motivi o immagini, da lui chiamati archetipi, dimostrano che esiste un inconscio collettivo comune da sempre a tutti gli uomini. Nello scrivere questo saggio sul mito dell’eroe, Joseph Campbell si è rifatto alle concezioni psicoanalitiche, in particolare a quelle di Jung, ma ha tenuto conto anche delle altre interpretazioni, riconoscendo in esse quanto vi è di vero soprattutto in rapporto alla funzione che la figura dell’eroe ha svolto nel corso dei tempi. Perciò L’eroe dai mille volti, prima ancora che un’acuta indagine sul significato di un archetipo psicologico, è un fantasmagorico viaggio attraverso le culture di tutto il mondo e di tutte le epoche. Centinaia di miti, favole e leggende, una folla di uomini, eroi, mostri, spettri, fate e geni, un pantheon di dèi clementi e terribili, maestosi e beffardi, costituiscono la materia di un libro che fin dalla sua prima pubblicazione si è imposto come un grande classico. Anche il più smaliziato lettore contemporaneo non potrà sottrarsi al richiamo del «gioco» abissale che Campbell ci propone per ritrovare il filo rosso che unisce le culture di ogni tempo e ricreare quella «coscienza collettiva» che la modernità ha sacrificato a vantaggio di una cultura frammentata e dominata dalla scienza e dall’economia.
Tutta tela editoriale blu con titoli in bianco al dorso, sovraccoperta figurata a colori con titoli in nero, formato in 8° cm. 15 x 22,5 , pagine 396 con 21 illustrzioni in b/n n/t e 24 tavole fotografiche numerate f/t a tutta pagina su carta patinata. Condizioni usato, normali segni del tempo alla sovraccoperta, interno perfetto, nel complesso eccellente esemplare da collezione. Non comune prima edizione Italiana. Curiosità : George Lucas è stato il primo regista di Hollywood a subire l’influenza di Campbell. Lucas ha dichiarato, dopo l’uscita del primo film Guerre Stellari (Star Wars) nel 1977, che la sua storia è stata ispirata, in parte, da idee descritte in L’eroe dai mille volti e altre opere di Campbell. Il collegamento tra Star Wars e Campbell è stato ulteriormente rafforzato quando in successive ristampe del libro di Campbell è stata usata l’immagine di Mark Hamill come Luke Skywalker nella copertina.
Titolo originale : The hero with thousand faces – 1953 Pantheon Book Inc. New York
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Ultimo viene il corvo


€ 36,00

  Ultimo viene il corvo
 
di Calvino Italo1969 - 15 Novembre - Prima Edizione in questa nuova veste graficaGiulio Einaudi Editore – Torino
LETTERATURA ITALIANA DEL NOVECENTO ITALO CALVINO RACCONTI BREVI

« È un mazzo di racconti che in parte parvero spontanei e selvatici, dei fiori di campo, e in parte un po’ sforzati o comunque coltivati, dei fiori di serra »
Ultimo viene il corvo è una raccolta di trenta racconti di Italo Calvino pubblicata nella collana I coralli di Einaudi nel 1949. La raccolta prende il titolo da un racconto uscito per la prima volta sul quotidiano L’Unità il 5 gennaio 1947. La raccolta non è suddivisa né secondo temi né secondo altro qualsivoglia criterio, ma al suo interno sono riconoscibili tre filoni: il primo si riferisce all’ambiente e clima proprio della Resistenza, il secondo è costituito da storie picaresche che vedono al centro personaggi semplici dai desideri elementari, ed infine il terzo di ispirazione più autobiografica che si richiama all’infanzia dell’autore vissuta in Liguria. Queste tre linee spesso si intrecciano e si congiungono. Le edizioni fondamentali sono tre, tutte Einaudi, pubblicate nel 1949, nel 1969 e nel 1976. Le successive (sempre Einaudi, ma anche di editori diversi) riprendono quella del 1976. Nel 1958, diciannove dei trenta racconti della prima edizione (1949) confluiscono nel volume dal generico titolo I Racconti (Einaudi, collana Supercoralli). Ma è solo nel 1969 che viene pubblicata una nuova edizione dal titolo - Ultimo viene il corvo - che però differisce non poco dalla prima del 1949: i racconti sono sempre trenta, ma alcuni vengono eliminati e sostituiti da altri già presenti in I Racconti. Nel 1976 viene ripreso integralmente il testo della prima edizione e pubblicato in una edizione definitiva nei Nuovi Coralli. Curiosità: La prima edizione del 1949 viene stampata in 1500 esemplari e contiene una Scheda bibliografica di Cesare Pavese in cui si annuncia la prossima pubblicazione di un nuovo romanzo di Calvino dal titolo Il Bianco Veliero, romanzo quest’ultimo che non uscirà mai.
Tutta tela rossa con titoli in bianco al dorso, sovraccoperta figurata a colori, formato in 8° piccolo cm. 12,5 x 19,5 , pagine 280. Condizioni usato , minime mancanze e segni del tempo alla sovraccoperta, interno perfetto, nel complesso ottimo esemplare da collezione, volume non comune.
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