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IL VOLGO E LA MEDICINA. DISCORSO POPOLARE DEL MEDICO – POETA


€ 200,00

  IL VOLGO E LA MEDICINA. DISCORSO POPOLARE DEL MEDICO – POETA
 
di Giovanni Rajberti ( Il Medico – Poeta)1840 Prima edizioneMilano - Coi Tipi Di Fr. Sambrunico-vismara Succ. A Pietro Agnelli , Contrada Santa Margherita
POESIA MILANO VERNACOLO MEDICINA OMEOPATIA SATIRA UMORISMO GIOVANNI RAJBERTI IL MEDICO - POETA LIBRI RARI PRIMA EDIZIONE

Brossure d’attesa originali pergamenate con cornici xilografiche in nero ai piatti, formato in 8° cm. 15 x 22,5 , pagine 165 (3), testatine in nero, numerazione in testa, ottimo esemplare in barbe. Prima rara edizione, impressa in forma anonima ( a spese dell’autore), di questa lunga dissertazione medica , asperrima nei confronti di Hahnemann e della medicina omeopatica, che iniziava allora a diffondersi anche in Italia. Rajberti (che nel volume discorre anche ampiamente dei salassi) riduce le cure omeopatiche al rango di superstizioni popolari, schernendo la ’’prodigiosa divisibilita della materia’’ di cui darebbero prova i rimedi di Hahnemann. Condizioni usato, normali segni del tempo e d’uso , piccola mancanza alla punta destra inferiore del primo piatto, tassello al piatto della ’Tipografia e libreria di Gio Silvestri’ , legatura solidissima, nel complesso eccellente esemplare da collezione. Rara opera originale in prima edizione completa delle brossure d’attesa , il volume è stato ristamapato in forma anastatica nel 1991.
Giovanni Rajberti (Milano, 18 aprile 1805 – Monza, 11 dicembre 1861) è stato un poeta e chirurgo italiano.È noto anche con lo pseudonimo di medico-poeta, con il quale firmò le sue prime prove poetiche: L’arte poetica di Quinto Orazio Flacco esposta in dialetto milanese (1836); L’avarizia. Satira prima di Quinto Orazio Flacco esposta in dialetto milanese (1837); La prefazione delle mie opere future. Scherzo in prosa del medico poeta (1838); L’arte di ereditare di Quinto Orazio Flacco esposta in dialetto milanese (1839); Le strade ferrate. Sestine milanesi del medico poeta (1840); Il volgo e la medicina. Discorso popolare del medico poeta (1840); Amicizia e tolleranza. Satira di Quinto Orazio Flacco esposta in dialetto milanese (1841). L’Autore fu milanese in tutti i sensi della parola, cioè un ambrosiano di vecchio stampo. Fu molto stimato dagli scrittori più in voga del momento, tra cui Alessandro Manzoni, Mauro Macchi, Carlo Cattaneo, Aleardo Aleardi, Angelo Bofferio e Massimo D’Azeglio, uomini che ebbero opinioni opposte e appartennero a diversi partiti. L’elemento che caratterizza la scrittura di Rajberti con il campo di azione è quello dello stile. Lo stile è caratterizzato da una dinamicità, da una mobilitazione e da un’arguzia linguistica e dialettale che si riverserà anche nelle opere in lingua italiana, la quale sarà sempre animata dalla componente dialettale. Per esempio, Rajberti affermerà sul dialetto milanese: «Oh che lingua calzante, ardita, vibrata, briccona! che speditezza di giunture possiede ella mai! Che petulanza di atteggiamenti! Che proverbii da sentirsi a frugar nei visceri fino all’umbilico!». Dunque, la scelta di Orazio satiro eletto ad autore di riferimento viene interpretato non come un esplicito omaggio attualizzante di Rajberti alla tradizione classica, ma piuttosto come una strategia per fare una satira sociale sulle orme della tradizione dialettale. Si potrebbe affermare che Rajberti sia stato un umorista, così come si potrebbe anche dire il contrario. Analizzando le sue opere e la sua personalità si evince che si possono trovare buone motivazioni a sostegno di entrambe le descrizioni del poeta. Si possono distinguere gli umoristi in tre gruppi. Vi sono umoristi ai quali ogni spettacolo ispira solo satire acerbe, altri umoristi invece guardano la realtà notandone le sue contraddizioni. Infine l’ultimo gruppo di umoristi si distingue per avere molto buon senso e carattere sereno; questi desiderano solo far ridere senza risultare aspri nelle loro considerazioni e, inoltre, sono consapevoli di differenziarsi dagli scrittori puramente giocosi e burleschi. Il Rajberti apparteneva all’ultima categoria. Rajberti si distinse anche per il suo astio nei confronti della filosofia. Tale disposizione d’animo lo portava spesso a creare motivi burleschi apprezzabili, ma allo stesso tempo poteva rappresentare un limite nella misura in cui per ’filosofia’ si intende il non voler vedere solo la superficie dei fatti ma la loro vera essenza. Spesso in Rajberti si nota una disposizione allo scherzo, alla satira, ma nonostante ciò non ride e non si burla delle disgrazie umane; nel suo riso vi è una vena di umorismo, un sentimento nobile. Spesso il medico - poeta affronta argomenti scherzosi, accostandovi riflessioni più serie che, talvolta, creano confusione nel lettore. Rajberti fa parte della schiera di scrittori che sanno sia scrivere un articolo giocoso e burlesco, sia serio e riflessivi a seconda che convenga l’uno o l’altro. Fu soprattutto un amante di Orazio, un eccellente poeta meneghino e aggiunse qualità inedite alla letteratura di quel tempo. Risulta utile per comprendere appieno la personalità e le abilità del medico poeta riprendere la descrizione che lo scrittore Paolo Mantegazza ne fece: ’’Col suo riso rumoroso e galantuomo ci fece ridere senza amarezza sulle umane miserie e sulle mille e una forma delle umane goffaggini, non lasciando mai rancori anche in quelli che egli percuoteva. Fino osservatore vedeva uomini e cose dal lato umoristico, ma non si fermava mai alla sola vernice e approfondiva il taglio nella ferita, senza far guaire la vittima: scrittore facile, abbondante, forse troppo abbondante, detestava i pedanti, ma conosceva le più riposte bellezze della nostra lingua’’.
(....) Finisco col raccogliere questa lunga chiaccherata in poche verità eterne . Il volgo impacciandosi di medicina , giudicandone, tragiversandola, ha torto : e questo torto ricade sempre a suo danno . I cattivi medici hanno verso la Società , che non sa sceverarli dai buoni, dei torti : la medicina non mai, perchè è tutto quello di buono che umanamente può essere. (....). I sistemi misteriosi , bizzarri, sovversivi che sono le delizie del Volgo, rappresentano eternamente la massima probabilità dell’errore.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.










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Cinema d’Avanguardia in Europa ( dalle origini al 1945)


€ 300,00

  Cinema d’Avanguardia in Europa ( dalle origini al 1945)
 
di A Cura Di Paolo Bertetto E Sergio Toffetti Novembre 1996Editrice Il Castoro – Milano
CINEMA D’AVANGUARDIA LIBRI RARI

Catalogo della retrospettiva ’’ Ritmo come luce . Il cinema delle avanguardie storiche’’ tenuta a Torino nell’ambito delle manifestazioni sul - Centenario - del Cinema. Per il museo Nazionale del Cinema questa retrospettiva , promossa insieme al prestigioso Nederlands Filmmuseum , è stata un’ulteriore successo ed occasione per consolidare il proprio importante ruolo a livello europeo. Prestigiosi contributi sono arrivati dalle cineteche ed archivi cinematografici di Bruxelles , Francoforte , Madrid, Parigi, Praga e Saragozza.
Brossura morbida a filo illustrata a colori, formato in 4° grande cm. 21 x 29, pagine 334. Importante ed asaustivo apparato iconografico formato da numerosissime tavole fotografiche in b/n , anche a tutta pagina, intercalate nei testi, alla fine interessante ’’Bibliografia selettiva sul cinema d’avanguardia fino al 1945’’. Condizione usato, normali segni dl tempo ai piatti, interno perfetto, nel complesso eccellente esemplare da collezione , fondamentale e completa opera di riferimento sull’argomento , volume estremamente raro e ricercato.
Paolo Bertetto (Torino, 28 agosto 1944) è uno scrittore e professore universitario italiano. Dopo la laurea in Lettere Moderne inizia a scrivere sulla rivista di cinema Ombre Rosse, e pubblica il suo primo libro nel 1970, incentrato sulle teorie del cinema del passato. Successivamente pubblica un’intervista al filosofo francese Félix Guattari, iniziando ad affacciarsi agli studi sul cinema rapportati alla filosofia. Divenuto ricercatore di cinematografia nel 1979 all’Università di Torino, inizia a tenere seminari sulla materia, continuando a pubblicare e a curare volumi e saggi critici. Diviene docente nel 1987 e fino alla fine degli anni novanta insegna in varie università, quali Paris 8, Sorbona, mentre continua la sua attività di saggista pubblicando nel 1990 un libro sul film Metropolis di Fritz Lang, e in seguito, sullo stesso cineasta, un volume illustrato sugli aspetti della messa in scena del suo cinema nei diversi periodi della carriera. Nello stesso periodo è anche consulente, organizzatore e direttore scientifico del Museo Nazionale del Cinema di Torino. Nel 2001, in seguito al suo trasferimento d’insegnamento alla Sapienza di Roma aumenta l’attività di saggista, pubblicando libri sull’analisi del film, affrontando i problemi di teoria del cinema, in un rapporto con la filosofia contemporanea (Gilles Deleuze soprattutto) e il pensiero di Nietzsche. Ha analizzato le forme dell’immagine filmica, affermandone il carattere di simulacro, e la capacità del cinema di produrre concetti e sensazioni, approfondendo in particolare l’idea di eidetico e l’orizzonte dell’intensità. Tra i libri di quest’ultimo periodo: L’interpretazione dei film (2003), Lo specchio e il simulacro (2007), La macchina del cinema (2010) e Il cinema e l’estetica dell’intensità (2016), che racchiude molti saggi (rielaborati), pubblicati precedentemente in svariate riviste e libri. È anche autore di due romanzi, un noir Cuore scuro (2008) e un romanzo storico Autunno a Berlino (2011), in cui racconta anche la morte oscura della prima moglie di Fritz Lang.
Il cinema delle avanguardie : L’impressionismo, l’espressionismo, la scuola del montaggio sovietico non esauriscono il vasto panorama di innovazione e sperimentazione del cinema europeo degli anni Venti. Alle possibilità espressive del nuovo mezzo guardano con interesse artisti come il cubista Fernand Léger, il dadaista Duchamp, il surrealista Dalì e molti altri che nel corso di questi anni integreranno il proprio percorso artistico con originali produzioni cinematografiche. Le avanguardie del cinema astratto, del cinema cubista, dadaista e surrealista ebbero vita breve, ma lasciarono segni tuttora tangibili nella storia del cinema. Il primo e più antico movimento d’avanguardia cinematografica fu quello del cinema ’’futurista’’. Gli autori del Manifesto della cinematografia futurista sostenendo che il cinema fosse ’’per natura’’ arte futurista, furono dunque i primi a riconoscere il nuovo media come linguaggio artistico e ad ipotizzarne uno sviluppo slegato dalla pura narratività. I futuristi, però, non produssero mai opere di significativo valore, i pochi film realizzati sono andati persi. La Thaïs o Perfido intrigo (1917) di Anton Giulio Bragaglia è l’unico valido esempio di cinema futurista che ci sia pervenuto. Tuttavia le loro idee, dapprima ritenute esagerate e finanche strampalate, vennero in seguito accolte da diversi registi e gettarono le basi su cui poterono svilupparsi le avanguardie e i movimenti degli anni Venti. L’astrattismo nacque, invece, dalla scelta degli artisti di negare la rappresentazione della realtà per esaltare i propri sentimenti attraverso forme, linee e colori. Padre dell’astrattismo è considerato il pittore russo Vassilij Kandinskij che fu anche direttore della rivista Der blaue Reiter (Il cavaliere azzurro). Ben presto le idee dell’astrattismo si riversarono nel cinema. Il cinema astratto nacque in Germania e si sviluppò negli negli stessi anni dell’espressionismo e del kammerspiel. Gli autori tentarono di creare un cinema di forme pure, svincolato dalla rappresentazione del reale, dove alla narrazione si sostituiva il ritmico avvicendarsi di figure geometriche. Rhytmus 21 (1921) di Hans Richter fu il film che diede inizio al movimento. Utilizzando forme elementari Richter riesce a focalizzare la sua ricerca sugli elementi essenziali del cinema: movimento, tempo e luce e ad enfatizzare le relazioni tra questi. Egli crea così un ritmo visivo che è la base e l’essenza di quest’opera e delle successive: Rythmus 23 (1923), Rythmus 25 (1925). L’artista svedese Viking Eggeling aveva affiancato il collega Hans Richter in questa ricerca. Ma la loro collaborazione si trasformò ben presto in competizione. Rotti i rapporti con Richter, Eggeling realizzerà, nel 1923, Sinfonia Diagonale, altra opera fondamentale del cinema astratto. Ispirandosi alle teorie di Hans Richter, anche Walter Ruttmann scelse dei titoli generici per i suoi cortometraggi astratti intitolando le sue opere Lichtspiel Opus I |, Lichtspiel Opus II , Ruttmann Opus III |, Ruttmann Opus IV (1921-1925) sottolineando la loro impersonalità, fatta di sole luci in movimento. Con questo suo particolare stile collaborò, con Charlotte Reiniger, per il lungometraggio animato Le avventure del principe Achmed (1926). Ruttmann lavorò soprattutto per creare un cinema di pure immagini in stretto rapporto ritmico col sonoro. Proseguirà in questa sua ricerca anche quando abbandonerà il cinema astratto per realizzare documentari, come’’ Berlino - Sinfonia per una grande città’’ (1926) o’’ Melodia del Mondo’’ (1929), ispirandosi alle opere coeve di Dziga Vertov. A metà strada tra il cinema astratto e il cinema dadaista, si colloca invece la curiosa opera di Marcel Duchamp ’’Anémic Cinéma’’ (1926). Il film non ha trama, è composto da una serie di dischi ottici rotanti. I dischi in movimento sono in tutto diciannove, dieci composti da figure geometriche e nove decorati con frasi senza senso. Duchamp chiamava questi dischi rotorilievi. ’’Anémic Cinéma’’ fu realizzato con la collaborazione del pittore e fotografo Man Ray che nel 1923 aveva realizzato ’’Retour à la raison’’. In questo breve filmato Man Ray si serve della tecnica della rayografia da lui stesso inventata che consiste nell’esporre oggetti a contatto con del materiale sensibile, di solito della carta fotografica o della pellicola. Si ottengono così delle immagini fotografiche senza fare uso di una fotocamera o della cinepresa. Il cubismo, inteso come movimento di scomposizione delle forme, si trasmise presto al cinema. Il pittore e cineasta Fernand Léger girò nel 1924 il film ’’Ballet mécanique’’. Come nel cinema astratto anche qui si abbandonava qualsiasi narrazione, in favore di una danza libera di corpi e oggetti, interessata solo al ritmo. Come la pittura si andava liberando dal vincolo del modello e della riproduzione degli oggetti reali, così il cinema si andava liberando dall’obbligo di raccontare una storia. Immagini ripetute ritmicamente, rallentate, accelerate, non trovano se non nel ritmo del montaggio il loro legame. Il dadaismo, come movimento artistico, era nato nel 1916 a Zurigo ad opera di Tristan Tzara e presto si era diffuso in Francia. Nel dadaismo confluivano idee anarchiche, nichiliste, sarcastiche, era la ricerca di una libertà assoluta che liberava la produzione artistica da qualsiasi deferenza verso il passato o anche qualsiasi significato o scopo estetico. L’incontro fra dadaismo e cinema produsse alcuni capolavori, come il film di René Clair Entr’acte (Intervallo, 1924), nato proprio come intervallo cinematografico tra i due tempi di un balletto. Si tratta di un film di sole immagini, che non vogliono riprodurre alcuna storia sensata, le scene si compongono e si scompongono creando una sorta di balletto visivo, all’insegna della gioia di vivere e di guardare.
L’assoluta libertà creativa, la dissacrazione ad ogni costo portarono il dada verso una fase di stallo e vuoto creativo, il movimento si sciolse spontaneamente verso il 1923. Dalle ceneri del dadaismo prese forma il surrealismo. Andrè Breton, fondatore del movimento, fu particolarmente influenzato dalla lettura de L’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Il Primo Manifesto Surrealista del 1924, definì così il surrealismo: ’’Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale’’. Il mondo dell’inconscio, l’impalpabile materia dei sogni andavano così a colmare il vuoto costruito dal dadaismo. Il regista Luis Buñuel e l’artista spagnolo Salvador Dalì realizzarono insieme, nel 1928, ’’Un Chien andalou’’ il film simbolo del movimento. Questo delirio onirico definito dai suoi autori come null’altro che ’’un’istigazione all’omicidio’’, si presta ad un’infinità di letture in particolare se lo si analizza attraverso gli strumenti della psicanalisi. Sotto il profilo linguistico, ’’Un Chien andalou’’ presenta una sostanziale differenza con i film prodotti dalle altre avanguardie degli anni Venti il cui fine era l’abbattimento di ogni codice e convenzione narrativa. Al contrario il surrealismo cerca piuttosto di costruire una nuova forma di narrazione. In Un Chien andalou possono essere rintracciate tutte le più tradizionali forme del montaggio narrativo, non più utilizzate per chiarire i rapporti spaziotemporali tra le varie scene, ma al contrario per confondere, disorientare, far smarrire lo spettatore. La coppia Buñuel-Dalì produrrà un secondo film nel 1930: ’’L’âge d’or’’. A differenza del primo è qui possibile distinguere una sottile trama narrativa costituita dalla passione di due giovani ostacolata dalle istituzioni borghesi quali la chiesa, l’esercito e lo stato. L’attacco violento che il film scagliava verso queste, il suo tono dissacrante, fece sì che L’âge d’or venisse vietato in Francia poco tempo dopo la sua uscita. Sull’onda dell’entusiasmo provocata da ’’Un Chien andalou’’, la regista francese Germaine Dulac produsse il mediometraggio ’’La Coquille et le Clergyman’’ (1928) su sceneggiatura di Antonin Artaud. Ascrivibile al surrealismo è anche il primo film di Jean Cocteau ’’Le Sang d’un poète’’ (1930) , finanziato dal visconte Charles de Noailles, lo stesso mecenate che aveva già supportato la produzione di ’’L’âge d’or’’. Echi surrealisti attraversano anche l’opera del promettente regista Jean Vigo e sono particolarmente avvertibili nel suo capolavoro ’’L’Atalante’’ realizzato nel 1934. Vigo morì nello stesso anno, a soli ventinove anni, la sua morte segnò la fine del cinema surrealista. Forse fu proprio per il suo non totale rifiuto di un principio narrativo, che lo contraddistingue dalle altre avanguardie degli anni Venti, il motivo per cui il cinema surrealista si rivelò, tra queste, la più feconda e destinata ad avere un’influenza ben più profonda e duratura, basti ricordare autori come Federico Fellini o Alejandro Jodorowsky. I movimenti, le sperimentazioni, le avanguardie che interessarono le cinematografie europee degli anni Venti, non solo introdussero nuove possibilità linguistiche, ma fecero sì che accanto al pubblico di massa si creasse anche un pubblico di nicchia, interessato al cinema non solo come svago ma anche come prodotto artistico. Questi movimenti si svolsero perlopiù entro i confini nazionali, ma ben presto le novità linguistiche sperimentate da questo o quel movimento cominciarono ad essere assimilate anche all’estero favorite anche dal fatto che gli stati europei si trovavano inoltre a vivere un clima di rinnovata pace e collaborazione. Così, sul finire degli anni venti, i cineasti del Vecchio Continente potevano maturare e uno stile sempre più eclettico ed internazionalizzato. La Passione di Giovanna D’Arco (1928) di Carl Theodor Dreyer fu l’ultimo grande capolavoro del cinema muto europeo, l’opera che meglio seppe raccogliere e coniugare le variegate innovazioni e sperimentazioni linguistiche di quegli anni. Nessun altro film del tempo potrebbe dirsi così tanto europeo: il danese Charl Thedor Dreyer aveva iniziato la sua carriera in Danimarca, aveva poi continuato a lavorare in Svezia e successivamente in Germania, dove si era fatto notare per L’angelo del focolare (1925). Il cast è quanto mai internazionale: ungherese è il direttore della fotografia, tedesco lo scenografo Hermann Warm, che aveva lavorato per il Caligari e altri film espressionisti, francese è la produzione del film e diversi attori tra cui Antonin Artaud. Di lontane origini italiane l’attrice Renée Falconetti. La regia di Dreyer coniuga in questo film le influenze delle avanguardie francesi, tedesche e russe. La scenografia, di matrice espressionista, è ridotta all’osso: ampi fondali bianchi su cui risaltano i pochi elementi della scena, la grata di una finestra, la sua ombra proiettata a terra bastano per evocare il simbolo stesso della cristianità. Riportano al kammerspiel i lunghi ed insistenti primi piani sugli attori. Dreyer scelse di farli recitare tutti senza trucco, all’attrice vennero perfino rasati i capelli. Invece che attenuarle, il regista mette così in risalto le imperfezioni dei loro volti. Fa ricorso ad inquadrature decentrate e angolate verso l’alto in modo che essi appaiano ancora più minacciosi e mostruosi e per contrasto esaltino l’interpretazione intensissima di Renée Falconetti. La cinepresa resta magneticamente ancorata a quel viso, a quegli occhi. Dreyer gli scruta così a fondo tanto da render visibili i particolari della scenografia che si riflettono in essi. Per il montaggio delle scene nella camera della tortura Dreyer sembra invece ispirarsi allo stile sovietico ed impressionista. L’avvento del sonoro che imponeva nuove modalità produttive e che in un primo momento rese più difficoltosa distribuzione all’estero, in quanto non bastava più sostituire le didascalie di un film, insieme all’inasprirsi delle tensioni politiche tra gli stati d’Europa che porteranno allo scoppio del Secondo Conflitto Mondiale, misero fine a questo fecondo periodo del cinema europeo.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Bestemmia – Tutte le poesie


€ 80,00

  Bestemmia – Tutte le poesie
 
di Pier Paolo Pasolini ; A Cura Di Graziella Chiarcossi E Walter Siti ; Prefazione Di Giovanni Giudici . Prima edizione in questa collana : Novembre 1995 e Febbraio 1996Garzanti Editore Spa – Milano
POESIA , LETTERATURA ITALIANA DEL NOVECENTO , PIER PAOLO PASOLINI , BESTEMMIA

Meglio di chiunque altro, Pasolini ha saputo leggere il proprio tempo, anticipandone l’intenzionalità. Soprattutto ha saputo vedere laddove altri, troppi altri, hanno scelto di chiudere colpevolmente gli occhi. Questa opera vuole riproporre la ’’disperata vitalità’’ del suo pensiero attraverso i suoi quaderni di appunti, manoscritti, dattiloscritti, le prime poesie in dialetto friulano, le sceneggiature dei film, i corrosivi “scritti corsari” destinati ai quotidiani, onediti che si snodano come un flusso inarrestabile scandito da provocazioni taglienti, intuizioni fulminanti, diagnosi implacabili. Bestemmia è il titolo che lo stesso Pasolini avrebbe voluto dare alla sua opera omnia poetica. I quattro volumi che compongono la raccolta sono articolati in tre sezioni : I primi due volumi comprendono le Raccolte maggiori, il terzo volume comprende le Altre raccolte in dialetto Friulano ed Italiano, mentre il quarto volume raccoglie le poesie ’’disperse’’, pubblicate dall’autore su giornali e riviste e quelle pubblicate in varie sedi dopo la morte del Poeta.
Il titolo di questa opera omnia è BESTEMMIA, perché vi comprende anche un lungo frammento inedito intitolato appunto così. La frase è contenuta in una lettera del 1970 di Pasolini all’Editore Garzanti a seguito del progetto da quest’ultimo elaborato di pubblicazione di tutta l’opera poetica pasoliniana. Si può dire del poeta Pasolini , di leggere, o rileggere, la sua opera poetica, raccolta in tutta la sua interezza in questi quattro volumi , – che egli è stato poeta tragico. E perciò lacerato. Lacerato soprattutto dalla sua propensione a contraddirsi, a proclamare il dubbio ... essere / con te e contro di te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere.... Poeta, però, al quale non fece difetto l’ironia e non mancò l’allegria: è sufficiente scorrere alcune immagini di lavorazione dei suoi film per rendersene conto. Pure lavorando, è evidente che si divertisse: si divertì a ricoprire egli stesso alcuni ruoli nei suoi film, e lo fece con la stessa leggerezza d’animo con la quale si partecipa a un gioco collettivo. L’intera opera pasoliniana (versi, prosa, cinema, critica) è un un esempio unico nel panorama mondiale; nel suo svolgimento vi è d’altro canto una tal continuità dove non è possibile neppure selezionare, separare, i fili che da una zona rinviano a un’altra. Il tutto, in funzione di un’unità tematica di fondo che testimonia anche una grande coerenza tra aspetti stilistici anche diversi e soprattutto tra aspetti contenutistici e narrativi. La novità più rilevante che emerge dal corpus poetico pasoliniano, qui per la prima volta riunito nella sua interezza, è data sicuramente dalle poesie finora inedite in volume, dalle ’’poesie disperse’’ o pubblicate postume e dai testi delle raccolte degli anni friulani (1942-1949). Anche se vi è subito da precisare che l’antologia dei versi inediti è molto contenuta, rispetto all’enorme quantità di carte che si trovano nell’Archivio del Fondo Pasolini. Ciò che è riportato dà comunque un’idea del tipo di testi che ancora sono inediti e delle direzioni che di volta in volta la creatività del poeta avevano preso. Rispetto alle poesie inedite, dunque, i volumi forniscono una esemplificazione di ciascun periodo della sua produzione artistica e ciascuna sfumatura di genere, così da documentare la fluidità ininterrotta del poetare pasoliniano. [...] Nell’evolversi del suo «sogno di una cosa», Pasolini assume rapidamente coscienza della sua missione di dissacratore e vi adempie con impeto sacrale, quasi simbolicamente uccidendo a ogni passo un momento del proprio eleggersi a padre di se stesso. È un’incessante dialettica che, lungi dal «superarli» del tutto, continua a portarsi addosso schegge, frantumi, traumi di ogni sua antitesi: l’eredità romanza (e romantica), Pascal e i Canti del popolo greco, Leopardi, Pascoli e perfino Carducci, l’immaginario cattolico e il razionalismo marxista, l’ossequio alla tradizione filtrato talvolta nelle forme chiuse di versicoli alla Saba, il suo sentirsi ed essere (anche intellettualmente) diverso [...].’’E continua Giudici: [...] La corporeità dell’azione poetica di Pasolini consiste certamente nella centralità dell’attore-autore che ne è inevitabilmente anche «regista» [...]; ma consiste anche nel suo carattere di autobiografia pubblica, dove il soggetto è agens e patiens nello stesso tempo e dove il dicibile è, sempre di più, tutto detto e il poeta continuamente prevarica il non detto della parola. Non esistono, infatti, spazi bianchi intorno a queste pagine, L’ambizione (o tentazione) dantesca non è soltanto nella dicotomia tra auctor e viator, tra il Pasolini che narra il viaggio nell’Inferno-purgatorio-paradiso dei nostri sconvolgenti, sconvolti e balbettanti decenni e il Pasolini viaggiatore di questo viaggio, attraverso una folla di mostri, diavoli, angeli e compagni più o meno occasionali di strada, ma anche nella quasi «volontà» enciclopedica di un’opera da considerarsi necessariamente e inevitabilmente nella sua complessa totalità’’.
Brossura morbida a filo figurata a colori, formato in 16° cm. 12 x 19 . Condizioni usato, normali segni del tempo ai piatti, interno perfetto, nessuna mancanza , legatura solida , eccellente esemplare da collezione. * Volume Primo ( Novembre 1995) pagine LX + 610 : La meglio Gioventù – Le ceneri di Gramsci - L’usignolo della chiesa cattolica - La religione del mio tempo. **Volume secondo (Novembre 1995) pagine (10) + 608 : Poesia in forma in prosa - Trasumanar e organizzar - La nuova Gioventù. *** Volume Terzo ( Febbraio 1996) pagine LX + 386. **** Volume quarto (Febbraio 1996) pagine (8) + 842.
Rara opera completa in quattro volumi, inutile sottolineare fondamentale opera di riferimento.
La presente opera fa parte della mia collezione personale.

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Essenza del nichilismo


€ 100,00

  Essenza del nichilismo
 
di Emanuele SeverinoMarzo 1982Adelphi Edizioni Spa – Milano
FILOSOFIA, NICHILISMO, EMANUELE SEVERINO , CULTURA OCCIDENTALE , PARMENIDE , LIBRI RARI

Nei secoli successivi alla ’’morte di Dio’’, annunciata da Friedrich Nietzsche ne ’’La gaia scienza’’, l’Occidente ha iniziato a fare i conti con «il più inquietante fra tutti gli ospiti»: il nichilismo. E così filosofi, letterati e poeti, nel corso degli anni, hanno dedicato saggi, romanzi e poesie nel tentativo di definire questo ospite inquietante. Diverse sono le interpretazioni a riguardo del nichilismo, per Nietzsche, ad esempio, il nichilismo veniva a coincidere con l’implosione dei valori supremi, in quella ’’grande tristezza’’ profetizzata in ’’Così parlò Zarathustra’’. Nella filosofia di Martin Heidegger, invece, l’origine e l’essenza del nichilismo venivano ricondotte alla dimenticanza e all’oblio dell’essere in favore dell’ente. Emanuele Severino, filosofo italiano nato a Brescia nel 1929, contribuisce alla riflessione sul nichilismo sostenendo una concezione originale, differente da quelle più tradizionali sopracitate. Per comprendere l’origine del nichilismo, Severino ritiene necessario tornare agli antichi Greci, nella casa in cui è cresciuta la cultura occidentale, ovvero nella casa in cui si pensano e si vivono le cose come un niente. In particolare, Severino ritorna all’antico filosofo di Elea Parmenide, colui che per primo riflette e testimonia esplicitamente l’essenza dell’essere in contrapposizione all’evidenza del niente. Dall’espressione tautologica di Parmenide, «l’essere è, il nulla non è», a quella del sofista Gorgia, «nulla è; se anche fosse, non sarebbe conoscibile; se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile», si apre così uno scenario radicalmente nuovo per l’uomo, nel quale prende vita la minaccia dell’opposizione all’essere: il nulla. A differenza di Eraclito, il filosofo del divenire, Parmenide negava il movimento dell’essere, cioè il divenire, sostenendo invece la sua staticità, perché se l’essere si muovesse, sarebbe in un momento e in un altro non sarebbe ancora. Quindi l’essere, per essere altro rispetto al nulla, è, e deve essere, uno, immutabile, eterno, indivisibile e immortale, metafora di una sfera perfetta. Da Parmenide fino ai giorni nostri è prevalsa un’altra concezione dell’essere, in relazione al niente: non a caso l’Occidente ha intrapreso quel ’’sentiero della notte’’ che lo stesso Parmenide considerava impossibile da percorrere. Partendo da Platone, fino ad arrivare a G.W.F Hegel, l’Occidente si è fondato sulla verità del divenire, ossia la convinzione che le cose escano dal nulla per poi tornare nel nulla. Credere dunque che esista un niente, significa affermare che le cose divengano e muoiano, siano e non siano. È proprio questa fede nel divenire che costituisce l’essenza originaria del nichilismo, poiché credere che l’ente ’’è’’ solo all’interno della dimensione del tempo, significa ammettere l’esistenza di un altro tempo in cui dell’ente ne è niente. Come nella riflessione di Heidegger, nella naturale conseguenza della separazione tra essere ed ente, prende vita quell’ospite inquietante evocato da Nietzsche. Emanuele Severino a tal proposito afferma: «Nichilismo significa affermare che le cose sono niente, ossia che il non-niente è niente». La ’’nientificazione’’ dell’essere, cioè il nichilismo, è l’essenza più intima dell’Occidente, giacché in questa ’’terra della sera’’ non si è mai posto un limite invalicabile tra essere e nulla. L’Occidente non si ferma alla riflessione filosofica della nientità delle cose, ma «pensa e vive le cose come un niente». Per Severino l’identificazione tra niente e non-niente rappresenta dunque la follia estrema , la violenza originaria, «l’alienazione essenziale in cui cresce la storia dell’Occidente». A partire dall’Idea platonica, sfociata nel Dio cristiano, fino ad arrivare al compimento della razionalità tecnico-scientifica, la storia dell’Occidente diviene il susseguirsi di maschere pronte a nascondere il grande ’’peccatum originalis’’: la dimenticanza dell’essere. In Severino queste maschere prendono il nome di ’’Immutabili’’, ovvero entità e valori che si sottraggono all’incombenza del divenire assumendo le vesti dell’eterno, dell’immutabile. Se tra i primi Immutabili troviamo Dio, considerato il ’’Primo tecnico’’, oggi siamo dinanzi all’”Ultimo Tecnico”, cioè la tecnica stessa, capace di creare e annientare il mondo tramite l’incremento indefinito della propria potenza. La volontà di potenza della tecnica appare quindi come l’illusione più estrema, la persuasione costante che le cose siano o diventino niente. Siamo dinanzi all’ultimo stadio di questo errare durato millenni, questa follia che oscilla nell’angoscia tra l’essere e il nulla delle cose.Mentre le luci del tramonto, già intraviste da Oswald Spengler, incombono sulla ’’terra della sera’’, è forse necessario seguire le orme di chi, come Emanuele Severino, tenta di oltrepassare il nichilismo riconoscendo a tutti gli enti quell’eternità che in Occidente è stata riservata agli dèi, agli Immutabili di ogni epoca. Soltanto col ritorno a Parmenide, uscendo dal ’’sottosuolo filosofico del nostro tempo’’, potremo scegliere il ’’sentiero del giorno con l’animo inconcusso della ben rotonda verità’’.
Ecco le parole che aprono in ’’Essenza del nichilismo’’ il saggio ’’Ritornare a Parmenide’’, parole inaudite e per molti versi sconcertanti, che però ben si inquadrano nel destino della verità:
’’La storia della filosofia occidentale è la vicenda dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere, inizialmente intravisto dal più antico pensiero dei Greci. E in questa vicenda la storia della metafisica è il luogo ove l’alterazione e la dimenticanza si fanno più difficili a scoprirsi: proprio perché la metafisica si propone esplicitamente di svelare l’autentico senso dell’essere, e quindi richiama ed esaurisce l’attenzione sulle plausibilità con cui il senso alterato si impone. La storia della filosofia non è per questo un seguito di insuccessi: si deve dire piuttosto che gli sviluppi e le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere’’.
Brossura morbida muta con sovraccoperta a colori e risvolti, formato in 8° cm. 16 x 24 , pagine 442 , condizioni usato, segni d’uso ai piatti, piccolo strappo riparato alla sovraccoperta, interno ottimo, nessuna mancanza, legatura solida, nel complesso ottimo esemplare da collezione. Rara e fondamentale opera di riferimento sull’argomento.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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I Grattacieli ed i loro alleati in terra in mare ed in cielo - Vie di Genova e di Metropoli Nord Americane


€ 1.200,00

  I Grattacieli ed i loro alleati in terra in mare ed in cielo - Vie di Genova e di Metropoli Nord Americane
 
di Ing Renzo Picassos.d. (ma 1931)Arti Grafiche Caimo & C. – Genova
ARCHITETTURA VERTICALE , URBANISTICA , RENZO PICASSO , GRATTACIELI , GENOVA , NEW YORK , METROPOLI , LIBRI RARI, LIBRI CULT, ASSOLUTA RARITA’ , AUTOGRAFO

(..)...Le cosiddette ’’Americanate’’ sono grandi realtà: - la ’Greater New York’ da 13 anni è un fatto compiuto; - tutti gli attuali ponti sull’’East’ sono in esercizio, il ’Brooklyn’ da 28 anni, il ’Williamsburg’ da 8 ed il ’ Manhattan ed il Queensboro’ da 2; da 40 anni, corrono i treni dell’“Elevated’ e da 7 quelli del ’Subway’, non solo sotto terra ma anche sotto il mare; [...] da 4 anni il’“Singer’ colla bandiera luminosa e da 2 il ’Metropolitan’ coll’orologio di 8 metri e le ore nel cielo, con sprazzi di luce, dominano una diecina di ’Grattanuvole’, colle vette illuminate da fari invisibili; - ’Times Square’ brilla delle più mobili e colossali reclame luminose; - i ’tram’ sono a 8 ruote, i ’bus’ a due piani, i biglietti scattano piegati per essere facilmente presi con i guanti, i zolfanelli, di voga, hanno due teste, non per essere usati due volte, ma per essere usati subito, senza dover cercare il verso d’accenderli …(..) - (Renzo Picasso, 1911)
Renzo Picasso (Genova, 1880 – Genova, 1975) è stato un architetto, inventore , ingegnere, urbanista e designer italiano. Fu l’autore degli utopici progetti dell’inizio del Novecento per la città di Genova, come quello per la piazza De Ferrari, che suggeriva uno sviluppo in altezza per quelle città urbane e metropolitane con una popolazione di tre milioni di abitanti o più. I suoi numerosi progetti per i grattacieli (o piuttosto per i ’’grattanuvole’’, come era solito chiamare le torri multipiano che sognava di costruire) sono posti in un contesto di ampi spazi pubblici per facilitare la socializzazione umana. Fu anche l’inventore di macchine e dispositivi caratterizzati dall’uso di tecnologie avanzate, come il ’Motovol e l’auto-scafopattino’. Nei primi anni del 1800 New York e Genova erano città moto simili e non solo per numero di abitanti. Entrambe erano importanti piazze finanziarie, industriali e commerciali, entrambe avevano un porto, l’una era la porta per entrare in America, l’altra per accedere all’Europa continentale. Per Renzo Picasso la Genova che gli ha dato i natali e New York erano sorelle: ha seguito le orme del padre e del nonno, anch’essi ingegneri, e ha inseguito il sogno di un mondo sviluppato in verticale. Per lui i ’’grattanuvole’’, i grattacieli, oltre ad essere bellezze urbane, potevano rafforzare la convivenza delle persone, se costruiti all’interno di grandi spazi pubblici. Si ispirava all’America e all’Inghilterra, restituendo forme più evolute dei progetti in voga all’epoca. Renzo Picasso ha immaginato stazioni ferroviarie costruite in verticale, con un passaggio diretto dai marciapiedi agli ’’Zeppelin’’, i dirigibili tedeschi dei primi anni del ‘900. La passione per tutto ciò che è verticale lo ha portato a immaginare le ’motovol’ , metà motociclette e metà velivoli , disegni tanto futuristici da rimanere nei cassetti , in parte non compresi e qualcuno difficilmente realizzabile. Furono allora il generale clima di novità, sperimentazione, energia respirato all’ombra dei ’’grattanuvole’’ e la congiuntura favorevole nella città natale a portare Picasso a elaborare svariate proposte di ammodernamento ’’all’americana’’ della sua Genova. Aiutato da una mano a dir poco felice, per circa vent’anni presentò progetti urbani ad ampia scala costellati di trafori, funivie, guidovie, porti fluviali, addirittura canali transappenninici. Va da sé che poi la sua grande passione fossero i grattacieli: arrivò a formulare 122 progetti in tal senso, dimostrando, aldilà dell’apparato decorativo tardo ottocentesco, di intenderli non solo come occasioni di occupazione intensiva di suolo, ma anche e soprattutto come nodi urbani funzionali all’interscambio di flussi fra metropolitane, tranvie, battelli e, perché no, idrovolanti e dirigibili. Malgrado nessuno di questi progetti sia mai stato realizzato, è però lecito ipotizzare un nesso tra le sue proposte e il fatto che proprio a Genova, negli anni Trenta, furono costruiti i primi due grattacieli d’Europa: una piccola soddisfazione per un professionista che proprio da allora si ritrovò emarginato, se non addirittura ignorato, per il successivo quarantennio. Di Renzo Picasso, futurista gentile vanamente impegnato a far assimilare la lezione americana al contesto europeo, secondo un approccio non di cesura come a tanta parte del Modernismo sarebbe piaciuto, ma di evoluzione e rifusione, non rimane altro che ammirare delle minuziosissime sezioni di progetto, tanto roboanti nelle dimensioni degli spazi rappresentati quanto vitali nella descrizione della vita quotidiana che vi si svolge: ecco allora banchine stipate di pendolari, strade trafficatissime, signore con cagnolini, bambini vestiti alla marinara, galantuomini, uscieri e garzoni.........
Splendida brossura originale a filo di color marrone figurata a colori di chiaro stampo futurista, titoli in bianco rosso e grigio al piatto. Formato in 4° grande cm. 21,5 x 30, pagine 188 ( 4) , 88 disegni in nero intercalati n/t e 26 tavole a colori f/t. ( di cui 2 a tutta pagina al solo recto e 24 ripiegate più volte su se stesse). Condizioni usato , normali segni del tempo e d’uso , rare fioriture, nessuna mancanza , legatura solida , nel complesso eccellente volume da collezione. Il tema dominante della pubblicazione è l’urbanesimo ’’ Self Supporting ’’ , la ragione di essere del Grattacielo nel quadro dei trasporti mondiali, come generatore di traffico economico e di potenza urbana. Quindi ubicazioni ed altezza degli edifici, non singolare ed arbitrarie, ma generali e scientifiche, determinate dal Volume del Traffico di Base , ( pedonale e veicolare) , controllato sul posto e calcolato dal Piano Regolatore. La cosidetta ’’ Skyline’’, la statura delle città, dovrebbe crescere con sbalzi al cielo , nei rinnovi cittadini, in corrispondenza degli aumenti di traffico. Tutti i Grattacieli – Campioni , tutti i mezzi di trasporto, dai più lenti naturali, ai più rapidi meccanici, di superficie, elevati , sotterranei , subacquei ed aerei , sono illustrati ed analizzati nello loro disposizioni forme e valori. Concentrando sugli Assi – Base – Cittadini, le più perfette normalizzazioni di ordine collettivo , si consentono , all’infuori di questi assi , le massime libertà e possibilità finanziarie di ordine storico ed individuale. In periodi di crisi, non di produzione, ma di consumo, l’urbanismo scientifico dovrebbe essere considerato come il consumo più produttivo. Dopo aver visitato più volte gli Stati Uniti agli inizi del Novecento ed essendo rimasto profondamente colpito dalle innovazioni tecniche che, in quegli anni, stavano radicalmente trasformando il volto delle città americane , l’autore entusiasta, realizzò progetti, disegni e tavole comparative degli aspetti più affascinanti di quello che aveva potuto studiare e ammirare: dai semafori ai grattacieli, dalle metropolitane a piani urbanistici di grande respiro. Volume arricchito da dedica autografa dell’autore al vice questore di Genova , Dottor Giuseppe Franzè, ( data 26-01-1964) al frontespizio. Eccezionale e rarissimo volume cult, per collezionisti di razza.
Tutto il mondo sta ri-scoprendo l’Ing. Picasso l’italiano che ha disegnato le metropoli del futuro , architetto visionario e futurista che ha immaginato città capaci di adeguarsi al progresso e che ha sempre messo l’uomo al centro delle sue opere. E’ riuscito ad interpretare la vita nelle metropoli prediligendo la crescita in verticale , immaginando mezzi di trasporto che abbiamo visto, anni dopo, nel cinema fantascientifico, al centro l’uomo e tutto intorno il futuro.
(Renzo Giovanni Battista Picasso was born on November 11, 1880 in Genoa, Italy. The son of Ing. Severino Picasso, he grew up in the world of architecture and urban planning. His father co-authored the designs for Via XX Settembre in their home city, and his grandfather, Gian Battista Picasso, constructed the barracks for Genoa’s famous lighthouse. This no doubt contributed to Picasso’s great sense of Genoese pride that inspired him as an engineer,architect and designer.While he had a great love of Genoa, Picasso was truly a “world citizen.” He spent much of his time traveling and exploring the great cities of Europe and America. Upon visiting New York City in 1911, he was deeply impressed by the urbanism and technical innovation of modern American architecture. Deviating from the more conservative styles of his father and grandfather, he produced a large number of visionary drawings and plans depicting the most striking aspects of what he saw, such as skyscrapers, elevators, public transports, and urban plans. His affinity for the vertical nature of cities like NYC, as well as the complex transit systems, inspired him to conceive of similar plans for his birthplace, Genoa. His collection contains a multitude of inventive ideas for the port city, including a seaside tower and an underground metro to alleviate traffic issues. He also had a keen interest in the similarities between major cities. He drew several architectural comparisons of various urban elements between cities like Chicago, New York, London, and many more. Most of his comparisons also included Genoa because Picasso saw the port city as a growing, urban center that served as a connecting place for people from all over the world, similar to New York. Renzo Picasso passed away on January 28, 1975, and the majority of his work remained unpublished and unexposed. While he is responsible for some of the buildings that currently stand in Genoa, his grander ideas remain only in their printed form).
Il presente volume fa parte della mia collezione personale. Unico e irripetibile pezzo da collezione.



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In vendita da martedì 9 ottobre 2018 alle 16:05 in provincia di Parma  -   PAOLOPR64 vende anche questi libri usati...

 
Rugby – note tecniche e caratteristiche del gioco


€ 140,00

  Rugby – note tecniche e caratteristiche del gioco  in trattativa
 
di Giuseppe SessaMarzo 1945Unione Tipografica – Milano ( Per Conto Amatori Rugby – Milano , Via Conservatorio 7)
SPORT RUBGY GIUSEPPE SESSA PALLA OVALE AMATORI RUBGY MILANO ASSOLUTA RARITA’

Giuseppe Sessa (Milano, 25 ottobre 1895 – Milano, 25 maggio 1985) è stato un cestista, rugbista a 15, calciatore e allenatore di rugby a 15. Ha militato nella Nazionale di pallacanestro ed in quella di rugby; di quest’ultima è stato anche allenatore. Ha inoltre giocato in Prima Categoria di calcio con la maglia della Juventus Italia. Ha vinto scudetti nella pallacanestro e nel rugby (da giocatore e da allenatore). In carriera ha disputato circa 500 partite di pallacanestro, 350 di calcio, e 100 di rugby.
Pallacanestro: In carriera ha vinto tre scudetti: il primo nel 1923 con l’ASSI Milano; i due successivi nel 1926 e nel 1927 con l’Internazionale Milano. Vanta una presenza con la maglia della Nazionale. Il 18 aprile 1927 scese in campo contro la Francia, in occasione della seconda partita della storia dell’Italia; vinsero gl’italiani 22-18, ma Sessa non realizzò alcun punto.
Rugby: Sessa disputò un incontro nella Nazionale di rugby a 15: il 29 maggio 1930 scese in campo a Milano contro la Spagna, in occasione del secondo incontro della storia della selezione italiana. In carriera è stato giocatore e allenatore dell’Amatori Rugby Milano. Ha vinto 5 campionati da giocatore, dalla stagione 1929-1930 a quella 1933-1934; è subentrato a Julien Saby alla guida della squadra, vincendo scudetti anche da allenatore.
Sessa fu anche calciatore, di ruolo terzino destro; nel corso degli anni dieci militò infatti nella Juventus Italia Football Club, con cui disputò vari campionati di Prima Categoria per poi concludere la carriera in Prima Divisione 1923-1924.
’’Amatori Rugby Milano’’ ovvero “la storia e la leggenda di una squadra che non c’è più’’...... (..)e il Sessa, Giuseppe Sessa, seconda linea. Ma prima di essere rapito dal rugby, giocava a calcio, terzino destro, e siccome non si sa mai, prima dell’inizio della partita depositava un tirapugni vicino al palo della propria porta (..).
L’Amatori Rugby Milano è stato un club rugbistico di Milano. Fondato nel 1927, era tra le più antiche società di rugby, nonché la più titolata, d’Italia, avendo vinto 18 campionati nazionali e una Coppa Italia. Inizialmente parte della società calcistica Ambrosiana, con il cui nome vinse il primo campionato italiano assoluto e dal quale si scisse quasi subito assumendo il nome attuale, conobbe il suo momento migliore nell’anteguerra, conquistando 13 dei 15 titoli in palio e dando vita a una rivalità con il Rugby Roma che caratterizzò buona parte degli anni trenta; vinse un quattordicesimo titolo nell’immediato dopoguerra e, dopo un lento declino e la retrocessione in serie B nel 1969, si ripropose a livello nazionale negli anni novanta, quando accoppiò per un breve periodo il suo nome a quello della polisportiva la cui capofila era l’Associazione Calcio Milan di Silvio Berlusconi e contese al Benetton Treviso la supremazia in campionato, aggiudicandosi quattro ulteriori scudetti.
Brossura morbida con titoli in nero, formato in 4° cm. 14,5 x 20,5 , sguardie figurate con inserzioni pubblicitarie (Italo Sport...... e Amatori Rubgy ) pagine 24 con una tavola fotografica in nero a tutta pagina ed alcuni disegni in nero intercalati n/t. Condizioni usato, normali segni del tempo e d’uso, nessuna mancanza, opera completamente originale, nel complesso ottimo esemplare da collezione. Opera eccezionalmente rara , stampata nel Marzo del 1945 a Milano (… c’era ancora qualcuno che credeva nello sport e nella lealtà… ) , di li a poco la città sarebbe entrata in un turbine di violenza senza precedenti. Eccezionale opuscolo da collezione , rarità assoluta , nessuna citazione , pezzo unico.
Il presente opuscolo fa parte della mia collezione personale.

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I Turchi. Codex Vindobonensis 8626


€ 300,00

  I Turchi. Codex Vindobonensis 8626
 
di Alberto Arbasino , Testi A Cura Di1971 - Prima edizione in tiratura numerata e limitata ( copia 402/2500)Franco Maria Ricci - Parma
ARTE LIBRI DI PREGIO LIBRI DI MANIERA I TURCHI ARBASINO FRANCO MARIA RICCI PRIME EDIZIONI EDIZIONI LIMITATE NUMERATE

’’...Tornare a sfogliare oggi un volume della collana ’I segni dell’uomo’ significa ripetere un rituale : sfiorare con i polpastrelli le nere sete delle rilegature e le lettere impresse in oro , sostare davanti alle immagine applicate a mano su carta azzurrina .....’’
Nell’Italia della Transavanguardia e dei Nuovi, in un momento di modernità perplessa e languente, l’espansione dell’opera editoriale di Franco Maria Ricci nel campo delle arti visive ha costituito un vero e proprio avvenimento. Mentre i creativi e la critica sembravano affascinati da mode espressive sempre più provvisorie – gli anni Ottanta non erano che a metà cammino, e se già se ne compiva il bilancio in mostre gigantesche – quel geologo aristocratico, doppiamente familiare ai fenomeni di lunga durata, ha concepito collezioni di opere di pregio che ignorano senza rimorsi il frastuono e il furore della scena immediatamente contemporanea. Franco Maria Ricci non cessa di mettere le cose più disparate in serie, liste e tassonomie dalle quali però l’originalità si sprigiona a ogni passo e crea il desiderio di andare più in là. È il labirinto che, chiudendo la vista dell’orizzonte con la geometria delle sue siepi, spalanca l’abisso della curiosità.
Franco Maria Ricci è figlio di una famiglia aristocratica di origine genovese. Si laurea in geologia, ma inizia la sua attività di editore ed artista grafico a Parma nel 1963, dopo aver lasciato il lavoro per Gulf Oil in Turchia. Progetta marchi, manifesti, pubblicazioni e si dedica allo studio dell’opera e dello stile di Giambattista Bodoni, di cui ristampa il Manuale Tipografico. L’inatteso successo che segue i 900 esemplari di quella ristampa lo porta ad investire ulteriori energie nella creazione di volumi estremamente raffinati. Fonda (1965) la casa editrice FMR a Parma, che pubblica edizioni d’arte e letterarie di pregio. Vanno ricordate certamente le collane I segni dell’uomo, La Biblioteca di Babele curata da Jorge Luis Borges, Quadreria, Oratio dominica, Morgana, Le guide impossibili, Grand Tour. Tra le grandi opere si segnalano la ristampa dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert (18 voll., 1970) e l’Enciclopedia dell’arte ART FMR (15 voll., 1990). Ha pubblicato la rivista FMR dal 1982, acquistata dal gruppo Artè nel 2002. Inoltre ha pubblicato il Codex Seraphinianus scritto dall’artista Luigi Serafini tra il 1976 e il 1978 e stampato nel 1981. A partire dal 2005 si è dedicato, dopo anni di progettazione in collaborazione con l’architetto Pier Carlo Bontempi, anche alla costruzione di un labirinto nella campagna presso Fontanellato (PR). Sempre in quest’ultimo periodo ha curato un piccolo numero di pubblicazioni di grande pregio edite da Ricci Editore. Il Labirinto è stato aperto al pubblico nel 2015.
Legatura editoriale in seta ’Orient’ nera con titoli e impressioni in oro e plancetta a colori applicata al piatto, cofanetto editoriale rigido telato di colore nero , formato in 4° (355x235mm), pagine 200, (4), impresse su carta vergata azzurra a bordi intonsi di Fabriano , irragiungibile apparato iconografico formato da 63 tavole a colori applicate a mano f.t.. Condizioni usato , dorso sbiadito dalla luce, interno perfetto, minime tracce d’uso, nel complesso eccellente esemplare da collezione. Prima edizione, nella tiratura speciale di 2500 copie numerate (n° 402) riservate ai bibliofili amici di Franco Maria Ricci. Con un’antologia di testi di viaggiatori occidentali in Turchia e Istanbul : viaggiatori come Pietro della Valle, Giuseppe Gorani, Giovanni Battista Casti, Carlo Porta, Gerard de Nerval, Antonio Stoppani, Pierre Loti, Maurice Barrès. Il testo di Alberto Arbasino è accompagnato da illustrazioni tratte dal Codex Vindobonensis 8626, che Bartolemeo von Pezzen, ambasciatore a Costantinopoli dell’imperatore d’Austria dal 1586 al 1591, volle realizzare allo scopo di descrivere abiti e tradizioni turche all’imperatore Rodolfo II. Si servì di un pittore tuttora sconosciuto, forse Henry Hendrowski, per raffigurare le scene ed i caratteri che animavano le strade di Istanbul. Ne risultò un volume illustrato che appartenne a lungo agli imperatori d’Austria ed è attualmente conservato all’Österreichische Nationalbibliothek di Vienna.
Prima edizione ’non comune e molto ricercata’ (Gambetti-Vezzosi 31).
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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In vendita da venerdì 5 ottobre 2018 alle 13:47 in provincia di Parma  -   PAOLOPR64 vende anche questi libri usati...

 
BRIGANTAGGIO


€ 90,00

  BRIGANTAGGIO
 
di Generale Antonio Manhes , Colonnello R. Mc Farlan , Traduzione E Compilazione Di Francesco Stocchettis.d. ( ma anni 20) edizione originale Prima edizioneEditrice Tirrenia – Napoli
RISORGIMENTO BRIGANTAGGIO STORIA NAZIONALE QUESTIONE MERIDIONALE LIBRI RARI PRIME EDIZIONI

Charles Antoine Manhès (Aurillac, 4 novembre 1777 – Napoli, 26 agosto 1854) è stato un generale francese, noto in Italia soprattutto per aver combattuto, sia pure con metodi violenti e crudeli, il brigantaggio nel regno di Napoli durante il periodo napoleonico. Questa opera , compilata sulla scorta di vari autorevoli testi, tende ad una costruzione della Storia generale del Brigantaggio focalizzata su determinati territori ed epoche. Lo stocchetti si è servito per lo più ( oltre che del Dumas , del Monnier, e di varie monografie) essenzialmente delle interessanti memorie del Generale A. Manhes e dell’Irlandese Mc. Farlan , di cui questa pubblicazione originale porta il nome.
’’Brigantaggio’’ , che nasce da una fusione fra le ’Memorie autografe del generale Manhès intorno ai briganti compilate da Francesco Manfredini’ edite a Napoli nel 1861, e il testo classico del Mac Farlan, riesce ad essere intrigante ed esauriente anche se l’argomento è materiale e truculento. Tutti dovettero avere a che fare con il fenomeno del brigantaggio, usandolo come strumento o affrontandolo come problema, da Giuseppe Napoleone a Giocchino Murat, da re Franceschiello ai Savoia . Qui troviamo tra i briganti e tra le vittime: il Tasso e il Principe di San Severo, frà Diavolo e Giosafatte Tallarico, Josè Borjès e Carmine Crocco, Ciro Annichiarico e Ninco Nanco, Mammone e Coppolone; una gallleria di personaggi che appartiene al nostro paese. È un crescendo di nefandezze senza pari, scene raccapriccianti, da museo degli orrori: corpi squartati dai cavalli e teste mozzate portate in trofeo, deposte sulle tavole, esposte con una pietra fra i denti come poi riprenderà a fare la mafia. E l`incontro con personaggi che hanno avuto a che fare con la grande storia d`Italia, che spesso hanno trattato e patteggiato con i sovrani considerandosi loro pari. La rivoluzione del 1799 ed i Sanfedisti del cardinale Ruffo, Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, Ferdinando IV ed i Savoia: tutti hanno avuto a che fare con il fenomeno del brigantaggio, tutti più o meno lo hanno avuto come strumento o hanno dovuto affrontarlo come problema.
Per brigantaggio postunitario italiano, nel linguaggio storiografico, si identifica una forma di brigantaggio - spesso associato a fenomeni di banditismo armato ed organizzato - nell’Italia meridionale e nella Sicilia, già presente negli stati italiani preunitari, che assunse connotati tipici durante il Risorgimento, in special modo dopo la realizzazione dell’Unità d’Italia, assumendo spesso i caratteri di una rivolta popolare. Va evidenziato che il brigantaggio postunitario, inteso come rivolta antisabauda e generalmente antiunitaria, interessò quasi esclusivamente i territori meridionali continentali ex-borbonici, mentre in pratica non si verificò nei territori di tutti gli altri Stati preunitari italiani annessi al Regno di Sardegna per formare l’Italia unita durante il Risorgimento; tale diversità di avvenimenti e comportamenti indica la profonda differenza, già esistente nel 1861, tra il nord ed il centro da un lato, ed il sud della penisola dall’altro, divario che sarà in seguito meglio noto con la locuzione questione meridionale, fonte di discussioni e di dibattito ancora oggi, né definita unanimemente nelle sue cause dagli storici e studiosi, nonché oggetto del dibattito nelle interpretazioni revisionistiche del Risorgimento. Questa attività di reazione all’unificazione italiana sotto il regno di Sardegna era inoltre aiutata dall’arrivo volontario di nobili legittimisti da Belgio, Francia, Baviera e Spagna, da gruppi clericali intenzionati a battersi per la ’’causa del trono e dell’altare’’ e ’sete di avventura, tra questi vi fu un significativo gruppo di attivisti carlisti spagnoli rimasti senza guida e obiettivi a seguito del fallimento del pronunciamiento carlista di Carlo Luigi di Borbone-Spagna avvenuto nell’aprile 1860 e quindi di poco precedente gli eventi italiani. I più famosi capi banda stranieri arruolati, e definiti come avventurieri nel rapporto della commissione Massari furono gli spagnoli Tristany e Borijes, i francesi Emile Theodule de Christen, Lagrange e Langlois e il tedesco Zimmerman. Nelle formazioni irregolari, che la popolazione locale denominava masse, affluirono migliaia di uomini: ex soldati dell’esercito sconfitto e disciolto, coscritti che rifiutavano di servire sotto la bandiera italiana, popolazione rurale, banditi di professione e briganti stagionali, che si dedicavano già alle grassazioni nei periodi in cui non potevano trovare impiego in agricoltura. Viceversa, nessun principe reale o generale borbonico si impegnò direttamente, mettendosi a capo di una banda armata nella lotta contro lo stato sabaudo. La ribellione fu condotta - con l’appoggio del governo borbonico in esilio e dello Stato Pontificio e di esponenti della nobiltà - principalmente da forze del proletariato rurale, ex militari dell’esercito delle Due Sicilie, da renitenti alla leva, disertori ed evasi dalle carceri che, spinti da diverse problematiche economiche e sociali, si opposero alla politica del nuovo governo italiano. A questi nel primo anno del conflitto si aggiunsero militari di professione, di fede legittimista, assoldati dalla corte borbonica in esilio a Roma. Il brigantaggio in Lucania era manovrato soprattutto da ex murattiani indipendentisti, affiancati dal francese Langlois, che agevolavano il tentativo francese di rendere il Sud ingovernabile e, tramite una conferenza internazionale, toglierlo ai Savoia per assegnarlo alla casata filo-francese dei Murat. Il brigantaggio si contrappose dapprima alle milizie civiche, armate dai notabili e dai possidenti meridionali, che assieme agli elementi liberali più ebbero a soffrire della stagione di violenze; poi al Regio esercito, coadiuvato dalla guardia nazionale italiana, che fu massicciamente impegnata nella repressione, ma resasi responsabile di diversi soprusi e violenze sulla popolazione, poiché spesso costituita da soggetti del luogo, ma di dubbia moralità e trascorsi discutibili. Due tra i più famosi comandanti militari della repressione furono Enrico Cialdini, modenese, ed Emilio Pallavicini, genovese. L’azione delle bande, diffusa un po’ in tutto il territorio continentale appartenuto all’ex-Regno delle Due Sicilie, è stata definita, a seconda del punto di vista: brigantaggio secondo la storiografia prevalente, rivolta, se non la prima guerra civile dell’Italia, come resistenza all’annessione al Regno sabaudo secondo la storiografia revisionista del Risorgimento, o una rivolta proletaria mancata secondo l’interpretazione gramsciana.
Cartonato editoriale rigido originale con titoli impressi al piatto a secco in bianco, formato in 8° cm. 17,5 x 25, cucito , pagine 253 , alcune tavole fotografiche in b/n f/t su carta patinata a tutta pagina, dall’indice : I: Prammatiche contro i fuoriusciti e i briganti - II: Brigantaggio giustiziere e brigantaggio criminale - III : Il brigantaggio politico - IV: Sciarpa, Pane di grano e l’abbate Pronio - V: La Pleiade dei restauratori di S.M. Borbonica - VI: Brigantaggio in Basilicata - VII: Nuovi tentativi di restaurazione Borbonica - VIII : Giuseppe Bonaparte al Regno di Napoli - IX: I Vardarelli - X : Don Ciro Annicchiarico prete brigante (1815) - XI : Brigantaggio dell’Italia settentrionale - XII : Brigantaggio moderno - XIII : I fratelli La Gala - Fine del Brigantaggio - Musolino - Salomone. Condizioni usato, opera completamente originale, nessuna mancanza, legatura solida, normali segni del tempo ai piatti, interno ottimo, nel complesso ottimo esemplare da collezione. Fondamentale e rara opera di riferimento sull’argomento in edizione originale.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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OPERE  – Romanzi , teatro , racconti


€ 54,00

  OPERE – Romanzi , teatro , racconti
 
di Pier Vittorio Tondelli , A Cura Di Fulvio PanzieriGiugno 2000 Prima EdizioneBompiani – Milano
LETTERATURA ITALIANA PIER VITTORIO TONDELLI ANNI 80 PRIMA EDIZIONE

La presente edizione riunisce per la prima volta l’opera completa di Pier Vittorio Tondelli. In questo libro, il primo di due volumi, sono presentate le opere letterarie, dai romanzi (’Altri libertini’, ’Pao Pao’, ’Rimini’, ’Camere separate’) ai testi teatrali (Dinner Party), dalle prose letterarie (Biglietti agli amici) ai racconti (la serie de ’Il diario del soldato Acci’ e quella dei racconti raccolti nel volume ( ’L’abbandono’). Le opere letterarie sono presentate secondo l’ordine cronologico di pubblicazione. Nella sezione Racconti vi è anche un testo inedito, il soggetto cinematografico Sabato italiano, uno degli ultimi scritti letterari di Tondelli.
L’Autore è stato uno degli scrittori di culto della nuova generazione italiana degli anni ’80. A seguito della trattazione nei suoi romanzi del tema dell’omosessualità ha avuto molti problemi con la censura. Nasce nel settembre del 1955 nella bassa reggiana, a Correggio , frequenta il liceo classico Corso, dove si diploma nel 1974. Fra gli anni ’60 e ’70 comincia a scrivere i primi articoli, pubblicati nel giornale di Azione Cattolica e delle ACLI. A questo periodo risale anche la riduzione per il teatro de Il piccolo principe di Saint-Exupéry. Dopo la maturità si iscrive al DAMS di Bologna. Qui frequenta, fra gli altri, i corsi di Umberto Eco e di Gianni Celati. L’università è per Tondelli un periodo di sofferenza, di solitudine, di complessi non superati dovuti al suo non sentirsi in pace con sé stesso. La sua grande altezza lo impaccia, fugge il contatto con gli altri, scrive, ma, per sua ammissione, non fa leggere i suoi scritti a nessuno. In questo periodo lavora per un teatro e per una radio libera. A cavallo fra i diciannove e i vent’anni scrive il primo abbozzo di quello che diventerà ’’Altri libertini’’ . Nel frattempo cambiano anche le sue letture: si interessa di filosofie e religioni orientali, legge Lotta continua, sposta il centro della sua vita a Bologna e Milano, che vede come la città della fantasia, della libertà, del desiderio, ascolta Guccini, De Gregori, il primo Venditti. Fra il 1979 e il 1980 lavora alacremente ai primi racconti di ’’Altri libertini’’ , che viene pubblicato da Feltrinelli all’inizio del 1980 dopo un lungo e faticoso lavoro di revisione e riscrittura. ’’Altri libertini’’ ottiene subito un buon successo di pubblico e parecchia attenzione da parte della critica. Il contenuto sicuramente ’’forte’’ gli vale anche le attenzioni delle autorità giudiziarie, che, appena tre settimane dopo l’uscita del romanzo, ne ordinano il sequestro per oscenità. Al processo che seguirà, tuttavia, sia l’autore sia l’editore verranno scagionati con formula piena. Poco dopo si laurea a pieni voti con una tesi sulla Letteratura epistolare e inizia a lavorare per il quotidiano Il Resto del Carlino. A primavera riceve la ’cartolina’ e viene chiamato a prestare servizio militare , e così descrive il periodo : ’’per nostro atteggiamento generale era di svacco, trasandatezza, noia. Il principio: fare tutto più in fretta possibile per mantenere uno spazio laterale per sé in cui parlare di musica, di libri, di storie’’. Molte di queste sue esperienze in caserma trovano spazio in forme riviste e romanzate prima ne ’Il diario del soldato Acci’, uscito a puntate su Il Resto del Carlino, poi in ’Pao Pao’, il suo secondo romanzo che Feltrinelli pubblica nel 1982. All’anno seguente risalgono i primi accenni a ’Rimini ’e la commedia ’Dinner party’ , composta di getto in due settimane. Lavorando all’edizione francese di ’Pao Pao’ entra in contatto e inizia un sincero rapporto di stima con Francois Wahl, che, assieme a Aldo Tagliaferri di Feltrinelli, sarà per lui un punto di riferimento importantissimo in tutte le fasi della sua produzione letteraria. Con la pubblicazione di ’Rimin’ i presso l’editore Bompiani nel 1985 Tondelli ottiene un nuovo grande successo di pubblico, ancora una volta accompagnato da polemiche. Per sua stessa ammissione ’Rimini’ chiude un periodo, cosa resa ancora più evidente dal trasferimento da Bologna a Milano. In generale viaggia molto, soprattutto in Germania: si reca più volte a Berlino, una città a cui in un qualche modo è molto legato. A questo proposito scrive:
Nei primi anni ottanta il mito di Berlino, del suo punk, delle case occupate di Kreuzberg, dei suoi teatri e della drammaturgia, di un modo di vivere disinibito e ’’facile’’ appariva come il più radicato presso le giovani generazioni. In tanti siamo andati a Berlino, in quegli anni. Nel 1986 pubblica ’Biglietti agli amici’ , un libro con una complessa struttura legata alle ore del giorno e alle tavole astrologiche e con un contenuto molto personale. Continua inoltre la sua attività di editorialista e conferenziere, partecipando con una relazione sull’influenza di Kerouac sulla letteratura italiana degli anni Ottanta al convegno internazionale di studi sullo scrittore americano tenutosi nel 1987 in Canada. Cura inoltre per una piccola casa editrice il ’’Progetto under 25’’, che si prefigge di dare spazio a giovani scrittori. Tra gli autori lanciati da ’’Progetto under 25’’ figurano anche Gabriele Romagnoli e Giuseppe Culicchia. Nel 1988 inizia a lavorare a ’’Camere separate’’, pubblicato da Bompiani l’anno seguente. Intraprende due viaggi importanti, uno in Costa Azzurra e uno in Austria, sulle tracce di Ingeborg Bachmann e W.H. Auden, due degli scrittori che più ha amato. Di questo ultimo viaggio scrive: Un viaggio sentimentale alla ricerca di luoghi e presenze letterarie, di paesaggi, di abitazioni, di ultime dimore; un viaggio immaginato sui libri e che ai libri, ai romanzi, alla poesia, necessariamente riportava. Come il progetto ’’Under 25’’, anche ’’Mouse to Mouse’’, una collana pubblicata da Mondadori nel 1988, si situa nell’attività di direzione editoriale. Tra il 1989 e il 1991 cura numerosi progetti editoriali, dedicandosi anche alla sceneggiatura. Da un suo lavoro a quattro mani con Luciano Mannuzzi uscirà il soggetto che sarà poi portato sugli schermi nel 1992 con ’’Sabato italiano’’. Nella sua ricerca dell’assoluto, si avvicina alla fede cattolica. Non è dato sapere quando si manifestano i primi sintomi dell’AIDS, visto che su questo aspetto della sua vita privata Tondelli manterrà sempre uno stretto riserbo. Negli ultimi mesi, quando ormai la malattia è allo stadio finale, viene ricoverato all’ospedale di Reggio Emilia, dove trova ancora la forza per portare avanti vari progetti e cominciarne di nuovi. Muore il 16 dicembre del 1991.
Brossura morbida a filo, formato in 16° cm. 11,5 x 17,5 , pagine LVIII + 1224 , condizionato usato , normali segni del tempo ai piatti, interno perfetto, eccellente esemplare da collezione. Non comune Prima Edizione , di difficle reperibilità.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.





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Servando mio solco …… Brevi note di Astronomia e Astrologia  dantesca


€ 80,00

  Servando mio solco …… Brevi note di Astronomia e Astrologia dantesca
 
di Iacolino Giuseppe ( Professore) 1956 – 8 MaggioTipografia F. Fiorentino – Lipari
ASTRONOMIA ASTROLOGIA DIVINA COMMEDIA DANTE LIBRI RARI

(….) Nell’espressione ’’servare il solco’’ , che metaforicamente equivale a mantenersi sulla scia di una nave: metter potete ben per l’alto sale / vostro navigio, servando mio solco / dinanzi a l’acqua che ritorna eguale. Dante rivolge l’esortazione a coloro che hanno drizzato per tempo il collo al pan de li angeli, i soli in grado di seguir da vicino il suo legno che intraprende a navigare un pelago mai corso: fuor di metafora, egli allude alla poesia della terza cantica, il cui intendimento è riservato ai pochi lettori forniti di adeguata dottrina e abito speculativo(….).
La Divina Commedia è un prisma dalle molte , anzi dalle indefinite facce; è un oceano dalle profondità insondabili ; è una specie di giudizio universale in cui sono chiamati tutti gli elementi e tutti gli esseri dell’universo per far da scenario al tribunale inappellabile dell’umanità. Trovare l’angolo visuale che metta a fuoco tutto il poema dantesco , senza lasciare margini inesplorati , è difficile , se non addirittura impossibile. L’autore ha colpito nel segno impegnando la sua indagine in un problema Dantesco, su cui meno gravita l’attenzione dei commentatori,: quello Astronomico e Astrologico. Ogni studioso del poema Sacro ha sentito il bisogno , l’esigenza di una guida che illumini e chiarisca , che porti quasi per mano alla ricerca cosmografiche oramai superate, ma sentite ed operanti nel Divino Vate e nella società intellettuale del suo tempo. Lungi dall’adottare il metodo delle aride formule e dei pesanti calcoli , l’autore , in uno stile vivace , ma non lezioso , e con l’ausilio di tavole illustrative da lui concepite e diligentemente elaborate , ha voluto dare una splendida sintesi delle sue ricerche, che furono sempre alimentate non dall’esibizionismo erudito e pedante, ma soltanto dalla sua spiccata passione di avvicinare sempre più Dante. Questa originale opera mira pertanto a creare un nuovo centro di interesse , valido ed utilissimo ai fini della scoperta di un Dante più vivo e completo.
Brossura morbida con titoli e disegno ( caricatura di Dante) in nero al piatto e al dorso, pagine 124 (4), intonso, numerosi disegni ‘’astronomici e astrologici ’’ in b/n intercalati n/t. Condizioni usato, normali segni del tempo ai piatti, interno perfetto, nessuna mancanza , legatura solida , nel complesso eccellente esemplare da collezione. Dall’indice : 1) Astronomia e poesia nella Divina Commedia 2) Gli Astronomi e Dante astronomo 3) Gli astri e i loro moti apparenti 4) La Terra: sua posizione , sua forma e descrizione 5) Cieli e pianeti 6) La luna e data del mistico viaggio 7) Passaggio di Dante all’ emisfero opposito e successive determinazioni orarie relative alla Luna 8) Origine delle macchie lunari. La Luna osservata dal segno dei Gemelli 9) Mercurio e Venere 10) Marte, Giove e Saturno 11) Il Cielo delle stelle fisse 12) La rivoluzione del cielo stelli fero e la retrogradazione degli equinozi 13) La sfera armillare e i quattro cerchi con le tre croci. Unica e rarissima opera di riferimento sull’argomento.
Il presente volume fa parte della collezione personale.

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Napoli Imprevista


€ 70,00

  Napoli Imprevista
 
di Roberto Pane1949 ( 07 Luglio) - Prima rara edizioneEinaudi Editore
ARCHITETTURA NAPOLI ROBERTO PANE RESTAURO CRITICO PRIME DIZIONE

(...) Pane strutturò il volume ’’Napoli imprevista , in cui inaugurò l’uso della fotografia come strumento di documentazione di «lettura tecnica dell’architettura» e «ricerca di un’immagine colta», in relazione all’indidagine della letteratura architettonica e i valori ambientali del centro storico napoletano. (...)
(...)Scattate dal grande storico dell’architettura e accompagnate da brevi descrizioni e riflessioni, queste belle foto, che raffigurano suggestivi scorci di affollati vicoli e scalinate, insoliti particolari di palazzi, monumenti e chiese, curiose vedute panoramiche riprese attraverso cupole e campanili da inaccessibili terrazze, fanno di questo libro un affascinante e originale documentario dell’epoca che restituisce una immagine ’’imprevista’’ della Napoli postbellica (...).
Roberto Pane (Taranto, 21 novembre 1897 – Sorrento, 29 luglio 1987) è stato uno storico dell’architettura e architetto italiano. . Trasferitosi a Napoli giovanissimo, svolse apprendistato artistico presso lo studio dello scultore Vincenzo Gemito. Al contempo frequentò i normali corsi di studio e si diplomò presso il celebre liceo Genovesi di piazza del Gesù Nuovo. Successivamente si arruolò volontario durante la prima guerra mondiale, nel corso della quale fu decorato con Medaglia di bronzo al valor militare. Nel 1922 fu tra i primi laureati in Architettura in Italia presso la Scuola Superiore di Architettura di Roma, fondata due anni prima da Gustavo Giovannoni, di cui fu discepolo per alcuni anni, collaborando con lui anche alla Commissione per il piano regolatore di Napoli del 1926-27. Negli anni successivi cominciò a lavorare presso la Soprintendenza alle Antichità della Campania, divenendo un collaboratore di Amedeo Maiuri. Nel 1926 ottenne in seconda gara il primo premio al concorso per il disegno del frontone occidentale della galleria della Vittoria, il tunnel che avrebbe collegato rapidamente il quartiere di Chiaia con piazza Municipio tramite una nuova strada litoranea, l’odierna via Ammiraglio Ferdinando Acton. Nella prima gara la commissione presieduta da Gustavo Giovannoni, Arturo Casalini e Michele Platania aveva riconosciuto parimenti vincitori assieme al suo i progetti di Camillo Guerra, Marcello Canino e Michele Jammarino. Per alcuni anni insegnò anche Storia dell’arte presso il liceo Umberto I di Napoli ed a partire dal 1930 fu incaricato di diverse discipline presso la Scuola di Architettura di Napoli, da poco costituita. Tra la fine degli anni venti e i primi anni quaranta realizzò alcune opere architettoniche a Napoli: oltre al frontone occidentale della Galleria Vittoria ricordiamo la facciata dell’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali in via Partenope e il Padiglione della Civiltà Cristiana in Africa alla Mostra d’Oltremare. Poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale conobbe importanti intellettuali come Bernard Berenson e Benedetto Croce. Di quest’ultimo divenne amico e cominciò a frequentare la casa, come gli altri ambienti liberali ed antifascisti della città partenopea che attorno al filosofo gravitavano. Dopo poco aderì al Partito d’Azione, all’interno del quale assunse una posizione particolare, cercando di comporre gli ideali azionisti con quelli liberali. Nel 1942 divenne professore ordinario di Caratteri Stilistici e Costruttivi dei Monumenti presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli. Oltre al corso di Caratteri Stilistici e Costruttivi dei Monumenti, insegnò dal 1950 anche Restauro dei Monumenti presso la medesima Università. Nel 1959, con la pubblicazione del libro collettivo ’’Ville Vesuviane del Settecento’’ riscoprì questo patrimonio dell’architettura del settecento, che portò successivamente alla creazione dell’Ente per le Ville Vesuviane. Nella primavera del 1962 fu ’visiting professor’ all’Università di California a Berkeley. Nel 1969 fondò a Napoli la Scuola di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti, divenuta oggi Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio. Divenne uno dei principali esponenti della scuola del ’’restauro critico’’, assieme a Cesare Brandi e Renato Bonelli e nel 1949 fu chiamato come esperto di restauro architettonico presso l’UNESCO. Nel contempo fu nominato componente della commissione tecnica dell’I.C.R. e del consiglio superiore del Ministero dei lavori pubblici. Nel 1964, insieme a Piero Gazzola, promosse la redazione della Carta Internazionale del Restauro di Venezia, sottoscritta da un comitato di 23 esperti, rappresentanti delle principali nazioni del mondo. Nel 1961 assunse la direzione della terza serie del prestigioso periodico Napoli nobilissima, il cui fondatore era stato proprio l’amico filosofo, Benedetto Croce. Nel 1971 coordinò la pubblicazione di un approfondito studio, redatto in tre volumi con la collaborazione di diversi autori, sul Centro Antico di Napoli. Appoggiò convintamente tutta una serie di tentativi di rinnovamento della società: prima fu accanto ad Adriano Olivetti ed alla sua comunità, che riprendeva il pensiero dello statunitense Lewis Mumford, poi si avvicinò alle idee di Adorno e Horkheimer, schierandosi accanto agli studenti che chiedevano una radicale riforma sociale. Figura di primo piano del panorama intellettuale nazionale, si distinse come acceso e preparato polemista e partecipò ad ogni riflessione e disputa culturale condotta dal secondo dopoguerra alla sua scomparsa, soprattutto in campo architettonico, urbanistico ed ambientale. Sostenitore a spada tratta della città storica e del paesaggio, portò avanti una lotta senza quartiere contro ogni speculazione edilizia, distinguendosi soprattutto nella battaglia a Napoli contro l’egemonia di Achille Lauro. Ha scritto una grande quantità di opere, alcune delle quali memorabili. Tra queste emergono principalmente il volume su Andrea Palladio (1961), quello su Antoni Gaudí (1964), nonché i due volumi su Il Rinascimento nell’Italia Meridionale (1975-77). Altro importante frutto del suo lavoro, rimane il Piano Territoriale Paesistico della penisola sorrentino-amalfitana, redatto assieme a Luigi Piccinato e approvato definitivamente nel 1987, senza il quale probabilmente quel magnifico lembo di territorio sarebbe stato totalmente deturpato dalla speculazione edilizia. Fu nel comitato direttivo della Storia di Napoli, edita in 10 volumi dalle Edizioni scientifiche italiane (Napoli, 1971-1978), organismo presieduto da Ernesto Pontieri, di cui fecero parte Salvatore Battaglia, Giovanni Cassandro, Epicarmo Corbino.
Mezza tela editoriale con titoli al dorso, cartonato muto , sguardie figurate , formato in 8° cm. 19 x 26. Pagine 107 (1) , importante apparato iconografico: 151 belle tavole fotografiche dell’autore in b/n intercalate n/t accompagnate da esaustive descrizioni e riflessioni dell’autore. Condizioni usato , normali segni del tempo e d’uso alla legatura , interno perfetto, nessuna mancanza , nel complesso eccellente esemplare da collezione. Firma ed indirizzo di appartenenza all’occhiello. Questa opera vuole essere come un documentario sulla vecchia Napoli, con molte immagini e un breve testo sufficiente a inquadrarle nel loro ambiente. L’opera è nata dal desiderio di offrire una visione assolutamente inedita di quegli aspetti che, per quanto diffusi e determinanti il volto stesso della storia di una metropoli , non erano mai stati oggetto di un’attenta osservazione ma solo avevano fornito lo spunto a facili divulgazioni di color locale e di folclore. Rara prima edizione, ristampa anastatica nel 2007, eccezionale opera di riferimento.
Il presente volume fa parte della collezione personale.






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Ready Player One


€ 90,00

  Ready Player One
 
di Ernest Cline , Traduzione Di Laura SpiniOttobre 2017Dea Planeta Libri
FANTASCIENZA DISTOPICA BESTSELLER VIDEOGIOCHI CULTURA JEEK NERDS ERNEST CLINE STEVEN SPIELBERG LIBRI RARI LIBRI CULT EDIZIONE LIMITATA E NUMERATA

Ernest Cline è un tale visionario, ha detto una volta Steven Spielberg . Ha visto il futuro prima che qualcuno di noi possa immaginarlo.
Ernest Cline è uno scrittore ‘’bestseller’’ di fama internazionale, sceneggiatore, padre, e geek a tempo pieno. È autore di ’’Ready Player One’’ e co-sceneggiatore dell’adattamento cinematografico diretto da Steven Spielberg. I suoi romanzi sono stati pubblicati in oltre cinquanta Paesi e sono rimasti per più di due anni nella classifica del New York Times. Vive a Austin, Texas, con la sua famiglia, una De Lorean in grado di viaggiare nel tempo e una sterminata collezione di videogiochi vintage.
’’-Uscire di casa è un’abitudine sopravvalutata-’’.
’’Player One’’ (Ready Player One) è un romanzo di fantascienza distopica del 2010 di Ernest Cline, il primo pubblicato dallo sceneggiatore e scrittore statunitense. Il titolo originale dell’opera, ’Ready Player One’, rimanda alla classica schermata di avvio dei primi videogiochi arcade prodotti all’inizio degli anni ottanta del XX secolo. Il titolo originale Ready Player One è stato ripreso nella riedizione italiana del romanzo del 2017. Nel 2045 la Terra è un pianeta sovrappopolato e inquinato, in cui la maggior parte degli individui vive in stato di indigenza e le fonti energetiche sono quasi del tutto esaurite. L’unico svago per le persone comuni è OASIS (acronimo di Ontologically Anthropocentric Sensory Immersive Simulation, («Simulazione di Immersione Sensoriale Ontologicamente Antropocentrica»), un mondo virtuale ideato dal programmatore James Halliday a cui si può accedere gratuitamente grazie a un semplice visore e a un paio di guanti aptici. Alla morte di Halliday si scopre che ha lasciato in eredità il suo mondo virtuale - che vale miliardi di dollari - alla prima persona che riuscirà a risolvere una serie di indovinelli e giochi di intelligenza disseminati nell’universo di OASIS. Milioni di persone (soprannominati ’Gunter’, ossia egg hunter) decidono di cimentarsi nell’impresa, e fra questi c’è Wade Owen Watts, un diciottenne ’nerd’ sovrappeso appassionato di videogames, giochi di ruolo e della cultura degli anni ottanta in generale, che vive con la zia a Oklahoma City nelle ’cataste’, un distretto colpito dalla povertà costituito da container e case mobili ammucchiate l’una sull’altra. Wade ha un vantaggio rispetto a molti Gunter: è cresciuto nel mito di Halliday, conosce tutto della sua vita e dei suoi gusti personali, e questo potrebbe rappresentare un notevole vantaggio per la risoluzione degli intricati enigmi. Ma l’opportunità di mettere le mani su OASIS ha attirato anche la IOI (Innovative Online Industries), una potente e spregiudicata multinazionale pronta a tutto pur di vincere la sfida. La Warner Bros. ha acquistato i diritti del libro nel giugno del 2010 e nel 2014 la regia della pellicola è stata proposta a Christopher Nolan, Robert Zemeckis, Matthew Vaughn, Edgar Wright e Peter Jackson , prima di essere affidata nel marzo del 2015 a Steven Spielberg. Il film è uscito nei cinema mondiali il 28 marzo 2018.
.....() Cline scrive in modo serrato, con tantissimi riferimenti alla cultura videoludica, cinematografica e televisiva consentendo al lettore di immergersi in una realtà al tempo stesso così famigliare e così aliena. Già perché la teoria del collasso dei mondi, qui è come se fosse stata realizzata. Infatti Wade, come del resto i suoi coetanei, è un patito degli anni Ottanta. Ma questa passione non si limita a essere coltivarla riguardando vecchi film o ascoltando canzoni di quella decade. No, egli letteralmente rivive quel periodo storico grazie alle infinite possibilità di OASIS, guarda caso costruito da un ragazzo nato e cresciuto negli ’80. Quindi, nonostante siamo in un tempo futuro, anzi futuristico, il passato è sempre presente, in un continuo ed appassionate scambio tra l’oggi e lo ieri ().....
Acclamato come il primo, grande romanzo dell’Era digitale, ’’Ready Player One’’ è un vero e proprio trionfo dell’immaginazione. Capace di stupire ed emozionare, e di proiettarci in un futuro che è già presente.
«Willy Wonka incontra Matrix. Ernest Cline è ufficialmente il nerd più cool del pianeta.» USA Today
«Come in un romanzo di Dick, anche in ’’Ready Player One’’ il vero e artificiale si confondono. Un distillato di cultura pop anni ’80, zeppo di rimandi a videogiochi, cinematografia d’epoca e altre perle.» Wired.it
Cartonato editoriale figurato a colori al piatto e dorso, sovraccoperta a colori. Formato in 8° cm. 15,5 x 23, pagine 443. Condizioni usato allo stato del nuovo, perfetta copia da collezione. Opera esaurita , di difficile reperibilità , rara, opera cult.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Dei e guerrieri – I Fianna


€ 44,00

  Dei e guerrieri – I Fianna
 
di Lady Augusta Gregory , A Cura Di Carmine Mezzacappa1986 Novembre - Prima edizioneEdizioni Studio Tesi - Pordenone
MITOLOGIA LETTERATURA IRLANDESE GUERRIERI FIANNA ANTROPOLOGIA PRIME EDIZIONI

’’La favola appartiene alla eredità ancestrale dell’uomo. Ne è stata da sempre strumento di libertà consegnando alla storia e al ricordo desideri, intime paure e sogni che altrimenti sarebbero stati censurati dal vissuto quotidiano , ben poco concessivo per tutto ciò che lo trascende’’
’’Augusta Gregory’’, (Roxborough, 15 marzo 1852 – Galway, 22 maggio 1932) è stata una scrittrice, drammaturga e folklorista irlandese. Il suo lavoro contribuì in modo determinante alla definizione della moderna identità della nazione irlandese. Fu legata in modo speciale a William Butler Yeats, con il quale intrattenne uno scambio intellettuale e umano trentennale. Con Yeats, Edward Martyn e John Millington Synge fu cofondatrice dell’Irish Literary Theatre e dell’Abbey Theatre. Compose numerose opere teatrali qui rappresentate, nonché importanti saggi sulla cultura tradizionale irlandese, ri-narrando la mitologia fiabesca delle campagne dell’Irlanda occidentale. La sua celebre tenuta a Coole Park, nella contea di Galway, fu sede e punto di incontro di varie figure di spicco del Rinascimento irlandese, e qui visse per lunghi periodo lo stesso Yeats, componendovi suoi celebri lavori. Lady Gregory fece proprio il motto aristotelico di ’’pensare come i saggi, ma esprimersi come il popolo’’, traducendolo nel contesto della ricerca antropologica, folklorica e spirituale della tradizione mitologico-fiabesca della campagna irlandese. Il ciclo leggendario dei Fianna e del loro leggendario capo, Finn, figlio di Cumhal, l’unico eroe a cui era permesso avere un rapporto paritario con i divini Tuatha de Danaan, costituisce l’ultima espressione della cultura gaelica prima dell’arrivo del cristianesimo in Irlanda nei secoli V e VI; infatti sotto i colpi di questa nuova religione muoiono gli Dei pagani e quel mondo magico-onirico che aveva caratterizzato la stessa cultura gaelica. La società irlandese era composta da tre classi principali: i guerrieri, i sacerdoti (drudi) e gli uomini liberi contadini e pastori. Alle classi privilegiate appartenevano anche i poeti ( filid e baird). Nel guerriero Fianna si fondevano le figure del poeta e del combattente. Non vi sono elementi certi per affermare che Finn Mac Coul e i suoi guerrieri Fianna siano stati personaggi storici. I più antichi storici irlandesi non nutrivano dubbi sulla reale esistenza storica dei Feniani e fornirono quei particolari che, ancor prima delle storie tramandate, ci consentono di delinearne le figure. Il ciclo è ambientato nelle province meridionali del Leinster e del Munster ed è ambientato tra il II° ed il III° secolo della nostra era (alcuni annali fanno risalire la morte del capo dei Fianna, Finn, al 274). Le Fianna (singolare fian) erano ’’bande’’ di guerrieri indipendenti. Essi non erano legati stabilmente ad alcuno dei signori d’Irlanda, ma si ponevano, in ogni caso, un obiettivo comune: la difesa delle coste e in generale del paese. Vivevano dunque liberi ed indipendenti. Le ’’Fianna’’ erano costituite principalmente da uomini espulsi dai loro clan di appartenenza , senza possedimenti. L’ingresso nelle bande era assoggettato a veri e propri riti di iniziazione, prove che i racconti ci rappresentano in tutta la loro difficoltà, ove il candidato doveva manifestare la propria destrezza. Il Feniano è saggio e cortese, amabile con le donne, generoso con gli uomini, dei quali non tradisce mai la fiducia. E’ schietto ed immediato, audace e fiero in battaglia. Non abbandona nessuno, egli non è legato ai beni materiali. Il suo bene più grande è la libertà e la natura con la quale fonde la sua identità. Questi guerrieri anticipano l’ideale cavalleresco, ma nel cavaliere medievale, anche nella rappresentazione più cortese offertaci dalla tradizione storico- letteraria, manca la fusione tra valore guerresco e cultura, conoscenza dell’arte e della poesia. Il Fianna impugna l’arpa come la spada, e sostituisce con facilità i fendenti con i versi poetici. L’immagine che la tradizione irlandese ci tramanda è quella di un uomo completo, nel corpo e nello spirito, libero, forte e portatore di valori universali.
Di quale importanza ebbe nella tradizione gaelica la peculiarità di queste figure, abbiamo una dimostrazione nella più recente storia d’Irlanda. L’antica èlite guerriera irlandese, a distanza di oltre sedici secoli, diede il nome all’organizzazione giovanile dell’Irish Citizen Army (l’esercito civico costituito da Larkin e Connolly nel 1913). Nel 1926 de Valera fondò un nuovo partito repubblicano irlandese: il Fianna Fail, i Guerrieri d’Irlanda, braccio politico dell’IRA. Nel 1949 venne proclamata la Repubblica d’Irlanda.
Brossura muta con sovraccoperta figurata a colori con titoli in nero al piatto e dorso, astuccio editoriale a colori (uguale alle sovraccoperte) , formato in 8° cm. 14 x 23 . Pagine LXII + 182 (10) + 368 (16) . Condizioni usato , minimi segni del tempo alle sovraccoperte ed all’astuccio, interno perfetto, nessuna mancanza, eccellente esemplare da collezione , elegantissima veste editoriale. L’opera è una ampia raccolta di mitologia gaelica che l’autrice pubblicò in inglese nel 1904. L’organizzazione dei singoli episodi si articola in due cicli, corrispondenti ai due volumi: uno, più breve, dedicato alle gesta degli dei; l’altro, più ampio, dedicato alle vicende dei guerrieri Fianna.
La presente opera fa parte della mia collezione personale.

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Henri Cartier Bresson – Lo zen e la  fotografia


€ 100,00

  Henri Cartier Bresson – Lo zen e la fotografia
 
di Jean-pierre Montier1996Leonardo Arte – Milano
FOTOGRAFIA

’’È necessario sentirsi coinvolti in quello che si ritaglia attraverso il mirino (....). Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un fatto e l’organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che esprimono e significano quel fatto. È mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. È un modo di vivere....’’
La fotografia è per Cartier-Bresson un punto di vista sul mondo, che coincide necessariamente con quello del suo occhio educato dal disegno a scorgere l’armonia delle forme o a ricrearla mediante piccoli aggiustamenti: ’’modifichiamo le prospettive con una leggera flessione delle gambe, produciamo coincidenze di linee con il semplice spostamento della testa di una frazione di millimetro… ’’; eppure tutto è già dato nella realtà, tanto che ’’la composizione deve essere la nostra costante preoccupazione, ma al momento di fotografare essa non può che essere intuitiva, poiché siamo alle prese con istanti fuggevoli dove i rapporti sono in movimento… Ogni analisi geometrica, ogni riduzione ad uno schema può essere prodotta solo quando la fotografia è già scattata, sviluppata, stampata e può servire soltanto come argomento di riflessione’’.
Henry Cartier- Bresson e’ probabilmente il fotografo piu’ influente del ‘900, tanto da essersi guadagnato il soprannome di ’’occhio del secolo’’. Anche se questa affermazione puo’ essere difficile da dimostrare, in pochi negheranno che le sue fotografie in bianco e nero, la sua estetica del ’momento decisivo’, siano stai il modello predominante di tutto il secolo scorso, e probabilmente anche di questo. Anche se al giorno d’oggi Cartier Bresson e’ principalmente riconosciuto come fotogiornalista e ritrattista, lui ha sempre sempre considerato la fotografia come una forma d’arte, un’estensione della pittura. Usava la sua Leica come un ’’album da disegno meccanico’’, e si dimostro’ subito in grado di ritagliare immagini dalla vita quotidiana con una precisone ed un tempismo ineguagliabili , ma soprattutto andando immediatamente al cuore del problema. Dopo i primi anni, segnati dall’ influenza del Surrealismo, negli anni ’30 maturo’ una coscienza politica e sociale, che lo porto’ ad impegnarsi nel fotogiornalismo, un settore che successivamente nobilito’ fondando l’agenzia fotografica Magnum e pubblicando ’’Il momento decisivo’’. Molti sostengono che elevo’ il fotogiornalismo, fino a quel momento poco considerato, al livello di vera e propria arte. Il suo approccio prevedeva di allineare ’’ testa, occhio e cuore’’, e di scattare piu’ fotografie possibili, finche’ dalla massa non ne emerge una in cui tutti gli elementi sono disposti perfettamente e sono capaci di simbolizzare un evento, una persona o un luogo. Questa filosofia, che ricorda quella de ’’ Lo Zen e il tiro con l’arco’’, ha ispirato migliaia di fotografi, professionisti ed amatoriali. Henri Cartier-Bresson venne molto colpito dalla lettura di ’’Lo Zen e il tiro con l’arco’’, di Eugen Herrigel, lo ebbe in regalo da Braque e per lui fu una lettura fondamentale, illuminante. Gli si rivelò come ’un manuale di fotografia’. Del resto, credeva, con Breton, nell’’hasard objectif’: Non si deve riflettere, diceva. Lo sforzo cerebrale è molto pericoloso per una fotografia. Il buddismo zen, scrive Herrigel, non vuole essere speculazione, ma diretta esperienza di ciò che, in quanto fondo senza fondo dell’essere, non può essere concepito intellettualmente, anzi non può essere affermato e spiegato neppure dopo che se ne è fatto esperienza, per quanto precisa e inoppugnabile: lo si conosce non conoscendolo. Per amore di queste esperienze decisive il buddismo zen segue vie che per mezzo di una meditazione praticata metodicamente devono condurre a scoprire nel più profondo dell’anima quell’indicibile senza fondo né forma, anzi divenire tutt’uno con esso.” L’opera è un’occasione unica per ripercorrere l’avventura intellettuale e artistica del fotografo Henri Cartier-Bresson, i suoi viaggi, gli incontri con gente comune o con le grandi personalità del Novecento. Il volume ricostruisce in modo originale il percorso artistico e umano di Cartier-Bresson. Scorrendo in parallelo le sue fotografie, i suoi dipinti e i suoi disegni, cosa mai fatta fino ad ora, mostra un ritratto assai più completo e interessante che illumina in modo nuovo il suo universo artistico. Jean-Pierre Montier, autore dei testi, ci accompagna in questo straordinario percorso e descrive, con profonda sensibilità, l’universo poetico del fotografo, la sua curiosità per la vita e la sua ardente passione per il reale. Intensi ritratti, potentemente comunicativi, scene di vita quotidiana, magici istanti della realtà, colta nella sua bellezza o nella sua dirompente drammaticità, si susseguono tra le pagine svelando l’arte, l’energia e il fascino della fotografia di Cartier-Bresson. Opera di grande formato, straordinaria per le fotografie riprodotte: un vero e proprio studio approfondito sulla fotografia del grande maestro. E’ il primo e unico studio monografico autorizzato dallo stesso Cartier-Bresson riguardante tutta la sua attività di fotografo e artista.
Brossura illustrata in b/n con bandelle, formato in 4° grande cm. 24 x 33, pagine 328 . Imponente apparato iconografico : 289 tavole fotografiche e disegni numerati con esaustive didascalie, alcune a colori la maggior parte in b/n, intercalate n/t anche a tutta pagina. Condizioni usato, normali segni d’uso e del tempo ai piatti, interno perfetto, legatura solida, nessuna mancanza, nel complesso eccellente esemplare da collezione. Un raffinato repertorio di oltre 250 immagini, tra fotografie e disegni, che ripropone tutte le suggestioni del grande maestro. Fondamentale e non comune opera di riferimento, libro esaurito di non facile reperibilità.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale

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Canti popolari Armeni – Poesia


€ 150,00

  Canti popolari Armeni – Poesia
 
di Scelti E Tradotti Da D. CiampoliGennaio 1921Dott. Gino Carabba – Lanciano
POESIA ARMENIA GENOCIDIO ARMENO ARSCHAG CHOBANIAN LIBRI RARI

’’.......Ed oggi, dopo aver varcato tanti paesi, tanti secoli, tante vicende; dopo aver provato glorie purissime e formidabili sciagure, tu scorri sempre, o lingua armena, tu scorri sempre limpida e vivace. La correntia secolare non ti ha stancata, non ti ha invecchiata. Ascondesi in te stessa il segreto della tua giovinezza eterna. Ora tu unisci la sontuosità dell’aurea tunica onde ridevano i tuoi fausti classici giorni, alla delicata grazia del variopinto periodo dei trovieri: a volte, tu hai l’inaccessibile dolcezza dello sguardo gravemente tenero delle madri nostre; a volte, il vivo fulgore dell’anima bronzea dei nostri eroi; a volte, tu rifletti lo spaventoso rosseggiar della gemma delle nostre sciagure e a volte il fulgido radiar soave delle nostre nobili speranze. E con tutte le bocche delle tue acque tu canti la Libertà con sì profondo accento, intenso e soave, che tutto l’Oriente n’è commosso, e fin nell’ombra che lo insepolcra, noi, noi vediamo già spuntare i primi raggi d’una grande Alba....’’.
’Arschag Chobanian’ , in armeno Չոպանյան Արշակ Հովհաննեսի (Costantinopoli, 15 luglio 1872 – Parigi, 8 giugno1954), è stato un poeta , critico letterario, drammaturgo e traduttore armeno. La sua attività letteraria iniziò precocemente, con la pubblicazione di saggi e articoli e la traduzione per diversi periodici: Burastan Mankantz, Arevelk, Masis, Hayrenik. Nel 1895 assunze direzione di un altro periodico Tsaghik, tale attività ebbe una vita breve, perché in quello stesso anno fu costretto a fuggire a Parigi mettendosi così in salvo dalla persecuzione da parte dei Turchi.
...(Con il termine genocidio armeno, talvolta olocausto degli armeni o massacro degli armeni, si indicano le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che causarono circa 1,5 milioni di morti. Gli armeni usano l’espressione Medz Yeghern (in lingua armena Մեծ Եղեռն, grande crimine) o Հայոց Ցեղասպանութիւն (Hayoc’ C’eġaspanowt’yown), mentre in turco esso viene indicato come Ermeni Soykırımı genocidio armeno, a cui talvolta viene anteposta la parola sözde, cosiddetto o Ermeni Tehciri deportazioni armene. Tale genocidio viene commemorato dagli armeni il 24 aprile. Nello stesso periodo storico l’Impero Ottomano aveva condotto (o almeno tollerato) attacchi simili contro altre etnie (come gli assiri e i greci), e per questo alcuni studiosi credono che ci fosse un progetto di sterminio Nel periodo antecedente alla prima guerra mondiale, nell’Impero ottomano si era affermato il governo dei «Giovani Turchi». Essi temevano che gli armeni potessero allearsi con i russi, di cui erano nemici. Nell’anno 1909 si registrò uno sterminio di almeno 30.000 persone nella regione della Cilicia. Il genocidio vero e proprio fu scatenato nel 1915. Secondo Andrea Riccardi un elemento determinante fu la proclamazione del jihād da parte del sultano-califfo Maometto V il 14 novembre 1914. Lo storico inglese Arnold J. Toynbee ritiene invece che quello dei Giovani Turchi, gruppo in cui militava anche Atatürk e che di fatto condusse la guerra, fosse un gruppo caratterizzato da elementi più nazionalisti che islamici. Allo scoppio della prima guerra mondiale molti armeni disertarono, e battaglioni armeni dell’esercito russo cominciarono a reclutare fra le loro file armeni che prima avevano militato nell’esercito ottomano . Intanto, l’esercito francese finanziava e armava a sua volta gli armeni, incitandoli alla rivolta contro il nascente potere turco. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. L’operazione continuò l’indomani e nei giorni seguenti. In un solo mese, più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada. Friedrich Bronsart von Schellendorf, tedesco e Maggiore Generale dell’Impero ottomano nell’ottica degli stretti rapporti che questi ultimi avevano con l’Impero Prussiano, viene dipinto come l’iniziatore del regime delle deportazioni armene. Arresti e deportazioni furono compiuti in massima parte dai «Giovani Turchi». Nelle marce della morte, che coinvolsero 1.200.000 persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. Queste marce furono organizzate con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in collegamento con l’esercito turco, secondo le alleanze ancora valide tra Germania e Impero ottomano (e oggi con la Turchia) e si possono considerare come prova generale ante litteram delle più note marce della morte perpetrate dai nazisti ai danni dei deportati nei propri lager durante la seconda guerra )....
A Parigi, fondò le riviste Anahit (1898-1911, ripresa tra il 1929-1940 e di nuovo tra il 1946-1949) che divenne un celebre periodico letterario-culturale. Mise, inoltre, in luce il suo talento editoriale con altri due periodici di breve durata, Veratznund (1917-1919) e Apaga (1921-1924). Egli risultò inoltre uno dei primi poeti in grado di integrare le forme occidentali e il gusto nella letteratura armena. Infatti è ricordato per aver dato un’importante svolta alla formazione di una critica letteraria nelle letteratura armena contemporanea. Rese importanti contributi alla fortuna critica di Nahapet Kuchak, tra cui Bedros Tourian, Mkrtich Peshtishkalian.
Fu, inoltre, il primo ad analizzare lo stile e le forme espressive di Gregorio di Narek di cui mise in luce non solo il valore religioso e teologico. Di Gregorio di Narek, infatti, poté analizzare il livello compositivo e la lingua e l’importanza dei contenuti ben al di là della dignità legata alla religione. Ciobanian si dedicò, come il suo collega Hrand Nazariantz, alla diffusione della letteratura europea e studiò e tradusse in Armeno molti importanti scrittori europei, come Victor Hugo, Honoré de Balzac, Émile Zola, Henrik Ibsen, Émile Verhaeren. Allo stesso tempo pubblicò saggi anche sugli scrittori russi Aleksandr Puškin, Nikolaj Gogol’, Ivan Sergeevič Turgenev e Lev Tolstoj. Di contro si dedicò alla traduzione in francese di alcuni scrittori armeni moderni e medievale. Tali traduzioni costituiscono forse il suo lascito letterario più importante. L’opera più rilevante del lavoro di Ciobanian è stata la raccolta di tre volumi dal titolo Vardenik Hayastani. Altre opere importanti sono il romanzo Tughti Parq (1892), la raccolta di racconti dal titolo Hoginer Tghu (1923), e due drammi Mut Khaver (1893) e Hrashqy (1923).Le sue poesie sono state pubblicate in tre principali sillogi: Arshaluysi Dzayner (1891), Thrthrumner (1892), Qertvacqner(1908). Nel 1933 compì una visita la sua prima e ultima visita nell’Armenia sovietica. Ebbe molta fortuna anche tra tutti scrittori di primo piano in lingua armena. Scrissero di lui ad esempio Alexander Shirvanzade, Avetik Isahakyan, Hovhannes Tumanjan e Hrand Nazariantz, che dal 1913 risiedeva in Puglia.
La sua figura è stata tenuta in grande considerazione dallo scrittore francese Anatole France, dal poeta belga Émile Verhaeren, dal premio nobel francese Romain Rolland, e dal russo Valerij Jakovlevič Brjusov
Brossura in cartone con alette, titoli in nero all’interno di cornice in rosso, formato in 16° , pagine 160. Condizioni usato , evidenti segni del tempo e d’uso: dorso incollato, piccola mancanza al dorso inferiore e al piatto superiore , piccolo segno di nastro adesivo , interno perfetto . Opera completa e originale, di grande sapore storico, nel complesso ottimo esemplare da collezione. Rarissima e fondamentale opera di riferimento sull’argomento, opera di nicchia dal forte sapore storico ed umano.
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.

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Il cerimoniale nelle pubbliche relazioni


€ 200,00

  Il cerimoniale nelle pubbliche relazioni
 
di Michele Santantonio , Prefazione Dell’Ambasciatore Angelo CorriasPrima rara edizione 1971Gesualdi Editore – Roma
GALATEO CERIMONIALE PUBBLICHE RELAZIONI PROTOCOLLO DIPLOMAZIA PRIME EDIZIONI LIBRI RARI

Il cerimoniale è quell’insieme di regole e consuetudini da applicare durante le cerimonie, sia pubbliche che private. Viene disciplinato da un Protocollo. Il cerimoniale è un linguaggio, costituito di un complesso patrimonio di segni, di simboli, di gesti, di espressioni, di rituali, di formule, mediante i quali si attua e si ripete la manifestazione del soggetto pubblico. Il protocollo è, invece, ciò che rende comprensibile, accettato e applicabile questo linguaggio; è il sistema delle regole, dei principi, dei criteri, delle significazioni. Il cerimoniale che attiene alla sola sfera di relazioni e d’azione delle istituzioni di uno Stato viene definito Cerimoniale di Stato. Estrinseca la propria attività nella manifestazione formale della vita dello Stato e si riferisce alla esplicazione della sovranità di esso e delle sue potestà. Ha natura ’’giuridica’’ e discende dall’ordinamento giuridico-costituzionale. Nell’epoca contemporanea, si distingue solitamente il cerimoniale in cerimoniale di Stato, in cerimoniale diplomatico ed in cerimoniale ecclesiastico.Il cerimoniale di Stato, prese forme precise sotto Carlo Magno, durante il cui impero però risentiva della preponderanza ecclesiastica nella Corte palatina giunse nelle sue forme più complesse ed articolate col fiorire delle monarchie assolute, ma risentì anche del processo di formazione degli Stati nazionali: in particolare, per il Sacro Romano Impero il principio cuius regio eius religio - imposto dalla pace di Augusta- introdusse un attentissimo bilanciamento delle forme con cui le pubbliche autorità si manifestavano, per evitare il sospetto di propensioni per l’una o l’altra delle parti coinvolte nelle recentissime e sanguinose guerre di religione. Da ciò scaturì una progressiva depurazione di elementi religiosi, con un alto tasso di laicità sconosciuto ai cerimoniali degli Stati nazionali estranei alla tradizione mitteleuropea. Nel XIX secolo il cerimoniale di Stato si limitò a forme assai più semplici, specie negli stati a regime repubblicano ove è generalmente limitato alla disciplina dell’ordine delle precedenze nelle pubbliche funzioni ed a quella per lo scambio di visite tra autorità, all’atto di assumere e lasciare la carica. Il Cerimoniale Diplomatico è il complesso delle regole che regolano le formalità relative allo svolgimento della funzione diplomatica ed attinenti ain generale ai rapporti formali tra organi di vari stati. Esso trova le sue fonti più recenti e più note nel trattato di Vestfalia del 1648, in quello di Vienna del 1815 e, da ultimo, sulle relazioni diplomatiche del 1961. Pur ispirandosi ad una certa uniformità nei criteri generali, ogni Stato determina liberamente le proprie regole di cerimoniale anche nello svolgimento delle relazioni internazionali. Infatti in ogni Ministero degli Esteri esiste generalmente un ufficio cerimoniale o del protocollo che tratta i relativi affari.
Splendida mezza pelle con punte, titoli e fregi oro al dorso , 4 nervetti , legatura coeva in finto rettile. Formato in 4° piccola cm. 20 x 24, bellissima carta patinata pagine 280, centinaia di fotografie , disegni , schizzi e tabelle in b/n e colori intercalate n/t. Condizioni usato, interno perfetto, eccellente esemplare da collezione, nessuna mancanza. Opera arricchita da importante firma di appartenenza : Dott. Giuseppe Franzè , prefetto della città di Parma dal 1970 al 1973. All’interno alcune sottolineature effettuate dallo stesso Prefetto che a mio avviso ’’completano e nobilitano’’ l’opera. Pregevole opera non solo per la diligenza con cui è stata redatta , per l’impegno della documentazione che essa fornisce in questo settore a cui manca , soprattutto per quanto concerne le precedenze , un’organica disciplina giuridica , ma anche per l’obiettività con cui vengono posti i problemi. Il merito più importante è quello di inquadrare ’’il cerimoniale’’ in una visione moderna di pubbliche relazioni. I compiti fondamentali del cerimoniale sono : Creare il quadro e l’atmosfera nella quale si sviluppano i rapporti fra gli Stati e gli uomini che lo rappresentano – Indirizzare l’espressione esteriore in vista di assicurare loro uno sviluppo armonico e razionale. Fondamentale e rara opera di riferimento in prima edizione, gran libro.
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Dal dialetto Guastallese alla lingua nazionale


€ 60,00

  Dal dialetto Guastallese alla lingua nazionale
 
di Angelo GuastallaDicembre 1971Scuola Tipografica Bendettina – Parma , Per Conto Cassa Rurale Ed Artigiana Di Guastalla
STORIA LOCALE DIALETTI VERNACOLO GUASTALLA REGGIO EMILIA LIBRI RARI

Questa opera è vitale , fondamentale per tutti i cultori e appassionati del dialetto, che con ogni sforzo cercano di tenere in vita non tanto una lingua, che purtroppo sembra destinata ad avere la peggio, e delinea quanto piuttosto uno stile, un modo di essere e di pensare che costituisce le radici e che più di ogni altra espressione riesce a riprodurre un intero mondo di tradizioni e di significazione. Tutto questo grazie a una parola, una frase, un modo di dire che hanno saputo guadagnare e mantenere nel tempo la loro pregnanza, fino a diventare significanti a tal punto da non necessitare di alcuna spiegazione accessoria. Ciò è vero naturalmente per il contesto in cui essi venivano adottati, ma molte di tali espressioni restano attuali ed efficaci, a volte anche oltre i confini in cui uno specifico dialetto è racchiuso. Se il termine globalizzazione significa tra le altre cose saper rinunciare a un po’ del proprio egocentrismo culturale e sociale per dare spazio anche agli altri, ed è sicuramente vero oltre che necessario, è pure innegabile l’importanza che ha per un gruppo sociale il ricordare e mantenere vitale tutto ciò che lo ha caratterizzato e definito nella propria specifica individualità. Per molto tempo l’esprimersi in dialetto è stato sinonimo di ignoranza e miseria. Nel reggiano, e non solo, sono rimaste davvero poche le persone che si esprimono in dialetto e ancora meno quelle che parlano dialetti incontaminati. La scrittura in dialetto è sempre stata poco praticata, per l’intrinseca difficoltà a farlo e perché spesso chi parlava dialetto era analfabeta; ciò impedisce di poter ricorrere sistematicamente a fonti documentali scritte. Per questi motivi va perdendosi la cultura dialettale, e anche perché il mondo moderno non è più adatto ad accoglierla se non in termini di moda temporanea o di tipologia di spettacolo. L’espressione dialettale non serve più come tale, ma eventualmente solo a qualche altro scopo. Il volume diventa fondamentale per i molti cultori e appassionati del dialetto, che amano la spontaneità con cui gli avi si esprimevano, senza giri di parole, con immediatezza e con un realismo talora duro ma indubbiamente coinvolgente, aggregante, sobrio ed educativo. Questa ’’anastatica’’ si propone di indagare i significati che stanno dietro l’uso del linguaggio dialettale, tipico dei secoli passati, e di collegarli all’attuale interesse per il dialetto
Brossura morbida a filo con titoli e disegno in nero al dorso e al piatto, formato in 8° piccolo cm. 14, 5 x 20 , pagine 304 , condizioni usato allo stato del nuovo, eccezionale esemplare da collezione. Appendice finale formata da : Alcuni scritti inediti del M° Vilder Calderoni sugli usi, costumi e tradizioni locali - La letteratura popolare Guastallese – Specialità gastronomiche del contado Guastallese – Proverbi e detti – Filastrocche – Preghiere . Il volume è un’interessante anastatica di : Dal dialetto guastallese alla lingua nazionale. Prontuario in ordine alfabetico per le scuole elementari e complementari di Guastalla e dei paesi limitrofi . Guastalla : Tipografia G. Torelli - 1929
Il presente volume fa parte della mia collezione personale.



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