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IL VIAGGIO MUSICALE DEI GITANI. Dall’India all’Andalusia
 

€ 22,00

IL VIAGGIO MUSICALE DEI GITANI. Dall’India all’Andalusia

€ 22,00

 

IL VIAGGIO MUSICALE DEI GITANI. Dall’India all’Andalusia
 

Autore: Alain Weber
Editore: RICORDI
Anno:2008
Collana: Popoli e Musiche
Condizioni: COME NUOVO
Categoria: MUSICA
ID titolo:59380507

"IL VIAGGIO MUSICALE DEI GITANI. Dall’India all’Andalusia" è in vendita da mercoledì 9 gennaio 2019 alle 06:59 in provincia di Bergamo

Note su "IL VIAGGIO MUSICALE DEI GITANI. Dall’India all’Andalusia":
CONDIZIONI: perfette
In brossura con alette. 156 pagine. Fotografie nel testo. Prefazione di Enzo Restagno.
«Il buon re persiano Bahrâm, commosso dai sudditi che reclamavano musica alla maniera dei ricchi, ottenne dal suocero che viveva nell’alta valle del Gange l’invio di 12.000 musici. Il re diede loro di che vivere coltivando la terra: un asino, un bue e mille carichi di grano ciascuno. Ma un anno dopo se li vide ricomparire ridotti alla fame, perché si erano accontentati di mangiare i buoi e il grano. Irritato, il sovrano consigliò loro di mettere corde di seta agli strumenti, saltare sugli asini e andarsene a vivere della loro musica». Questa leggenda iraniana del X secolo — spiega Alain Weber nel suo Viaggio musicale dei Gitani (Ricordi editore) — favolosamente narra le circostanze di quella che potrebbe essere stata la prima tappa dell’esodo Rom dall’India all’Occidente. Un esodo lento ed errabondo cominciato prima dell’anno Mille, che spingerà «la tribù profetica dalle pupille ardenti » (Baudelaire) a disseminarsi e a seminare tra il Mediterraneo e l’Europa le note «contaminate» della sua cultura meticcia.
Non hanno lasciato libri e filosofie ma un ibrido universo di suoni, danze, acrobazie, incantesimi buoni per addomesticare il cobra reale e a volte gli esseri umani, il mondo degli stanziali spesso diffidenti verso questa gente straniera girovaga e scura («Quando Dio creò lo Tzigano, lo mise su una tavola al sole e il sole brillò a lungo »). Una «scia di seduzioni»: Weber dipinge i Rom come «precursori dei fenomeni di fusione musicale, dal jazz alla world music». Da Debussy in estasi per il violinista zingaro del Caffè Ungheria alla chitarra di Django Reinhardt ai ritmi di Goran Bregovic. Dal jazz manouche ai 400 gruppi che suonano ogni estate al festival serbo di Guca (300 mila spettatori) dedicato alla tromba e alle fanfare. Dai motivi Gondhali dell’India centrale all’Andalusia del gitano Tío Luis, classe 1715, il primo cantore conosciuto di flamenco.
Flamenco da «flama», fiamma. «Fusion» come combustione di tradizione e improvvisazione, locale ed esotico. I Rom popolo «glocal » ante litteram? Li chiamiamo gitani, tzigani, zingari, gipsy, bohémien: in mille anni i Rom hanno avuto tanti nomi e nessuna patria. Kowlî per i persiani (da kâbulî, originario di Kabul), nel Nord dell’India sono accomunati alle khanabadosh, le caste erranti. Rom deriverebbe da Dom (in origine «tamburo»), casta di Intoccabili dedita alla fucina («come il Diavolo »), alla musica e alla tessitura. Suonatori e fabbri in una babele di sottogruppi: Bansphor (fabbricanti di impalcature di bambù) e Hatyara (cacciatori di cani feroci), cordai, tamburinai e Bahuroopia (da bahu, molti), attori di strada che interpretavano più personaggi simultaneamente. Erano Dom i responsabili della cremazione dei defunti sul Gange, come pure la sottocasta dei boia Jallad.
Una ricchezza di radici per un mondo che oggi rischia di restare francobollato da una parte all’immagine negativa dei «campi Rom», dall’altra al «gitano» come etichetta di un certo «etnico» di massa. Insomma, marginalità sociale nelle periferie italiane e danza del ventre per turisti nei cabaret di Istanbul, cronaca nera e il flamenco di Joaquín Cortés. Sullo sfondo di desolanti cliché, il libro di Weber (promosso dalla seconda edizione del festival MiTo Settembre Musica, in corso a Milano e Torino) ridà colore e profondità all’epopea tragica e irridente di un popolo «il cui unico destino fu il viaggio».
Non esodo compatto e mirato, piuttosto una disseminazione (a piccoli gruppi) che in mille anni ha sparso tracce dal Gange all’Andalusia, da Luxor al Danubio. Ecco le danzatrici egiziane ghawâzí con il profondo décolleté e la cintura dorata che già incantarono il ventottenne Flaubert: «Il loro modo di girare su se stesse colpendo con il piede la superficie del bancone — spiega Weber — non può non richiamare le giravolte della danza kâlbeliá del Rajasthan, o lo schiocco di talloni del flamenco».
Tre ballerine ai tre angoli del mondo, la stessa matrice. «La maggior parte degli artisti popolari tradizionali del mondo arabo, mediterraneo e balcanico sono Rom». Sono i gitani a comporre le orchestre militari turche che percorrono l’Europa dell’Est dal XVI secolo e che finiscono per propiziare l’emergere delle fanfare contadine. In Romania a inizio ’900 si conoscevano 50 gruppi Rom: dai Kalderash (stagnini) agli Ursarii (ammaestratori di orsi riconvertiti all’intaglio di pettini in corno). Vi brillano i Lautari, virtuosi del liuto e del violino, affrancati dalla condizione di musici schiavi a partire dal ’700. È alla fine di questo secolo che si sposta in Russia la «tziganomania».
Ogni principe ha il suo complesso. Con la Rivoluzione d’Ottobre gli tzigani scappano in seguito alla proibizione bolscevica del nomadismo (e alla fine dell’aristocrazia), prima che in Germania le leggi coercitive della Repubblica di Weimar facciano da preludio alla follia nazista (oltre 200.000 Rom sterminati nei lager). In quegli anni il celebre violinista Jean Gulesco aveva già chiuso il suo straordinario vagabondare: dal palazzo dello zar Nicola II a Berlino, da Istanbul alla Parigi dei cento cabaret come il Montechristo e lo Shéhérazade.


 

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MUSICA. CONDIZIONI: perfette
In brossura con alette. 156 pagine. Fotografie nel testo. Prefazione di Enzo Restagno.
«Il buon re persiano Bahrâm, commosso dai sudditi che reclamavano musica alla maniera dei ricchi, ottenne dal suocero che viveva nell’alta valle del Gange l’invio di 12.000 musici. Il re diede loro di che vivere coltivando la terra: un asino, un bue e mille carichi di grano ciascuno. Ma un anno dopo se li vide ricomparire ridotti alla fame, perché si erano accontentati di mangiare i buoi e il grano. Irritato, il sovrano consigliò loro di mettere corde di seta agli strumenti, saltare sugli asini e andarsene a vivere della loro musica». Questa leggenda iraniana del X secolo — spiega Alain Weber nel suo Viaggio musicale dei Gitani (Ricordi editore) — favolosamente narra le circostanze di quella che potrebbe essere stata la prima tappa dell’esodo Rom dall’India all’Occidente. Un esodo lento ed errabondo cominciato prima dell’anno Mille, che spingerà «la tribù profetica dalle pupille ardenti » (Baudelaire) a disseminarsi e a seminare tra il Mediterraneo e l’Europa le note «contaminate» della sua cultura meticcia.
Non hanno lasciato libri e filosofie ma un ibrido universo di suoni, danze, acrobazie, incantesimi buoni per addomesticare il cobra reale e a volte gli esseri umani, il mondo degli stanziali spesso diffidenti verso questa gente straniera girovaga e scura («Quando Dio creò lo Tzigano, lo mise su una tavola al sole e il sole brillò a lungo »). Una «scia di seduzioni»: Weber dipinge i Rom come «precursori dei fenomeni di fusione musicale, dal jazz alla world music». Da Debussy in estasi per il violinista zingaro del Caffè Ungheria alla chitarra di Django Reinhardt ai ritmi di Goran Bregovic. Dal jazz manouche ai 400 gruppi che suonano ogni estate al festival serbo di Guca (300 mila spettatori) dedicato alla tromba e alle fanfare. Dai motivi Gondhali dell’India centrale all’Andalusia del gitano Tío Luis, classe 1715, il primo cantore conosciuto di flamenco.
Flamenco da «flama», fiamma. «Fusion» come combustione di tradizione e improvvisazione, locale ed esotico. I Rom popolo «glocal » ante litteram? Li chiamiamo gitani, tzigani, zingari, gipsy, bohémien: in mille anni i Rom hanno avuto tanti nomi e nessuna patria. Kowlî per i persiani (da kâbulî, originario di Kabul), nel Nord dell’India sono accomunati alle khanabadosh, le caste erranti. Rom deriverebbe da Dom (in origine «tamburo»), casta di Intoccabili dedita alla fucina («come il Diavolo »), alla musica e alla tessitura. Suonatori e fabbri in una babele di sottogruppi: Bansphor (fabbricanti di impalcature di bambù) e Hatyara (cacciatori di cani feroci), cordai, tamburinai e Bahuroopia (da bahu, molti), attori di strada che interpretavano più personaggi simultaneamente. Erano Dom i responsabili della cremazione dei defunti sul Gange, come pure la sottocasta dei boia Jallad.
Una ricchezza di radici per un mondo che oggi rischia di restare francobollato da una parte all’immagine negativa dei «campi Rom», dall’altra al «gitano» come etichetta di un certo «etnico» di massa. Insomma, marginalità sociale nelle periferie italiane e danza del ventre per turisti nei cabaret di Istanbul, cronaca nera e il flamenco di Joaquín Cortés. Sullo sfondo di desolanti cliché, il libro di Weber (promosso dalla seconda edizione del festival MiTo Settembre Musica, in corso a Milano e Torino) ridà colore e profondità all’epopea tragica e irridente di un popolo «il cui unico destino fu il viaggio».
Non esodo compatto e mirato, piuttosto una disseminazione (a piccoli gruppi) che in mille anni ha sparso tracce dal Gange all’Andalusia, da Luxor al Danubio. Ecco le danzatrici egiziane ghawâzí con il profondo décolleté e la cintura dorata che già incantarono il ventottenne Flaubert: «Il loro modo di girare su se stesse colpendo con il piede la superficie del bancone — spiega Weber — non può non richiamare le giravolte della danza kâlbeliá del Rajasthan, o lo schiocco di talloni del flamenco».
Tre ballerine ai tre angoli del mondo, la stessa matrice. «La maggior parte degli artisti popolari tradizionali del mondo arabo, mediterraneo e balcanico sono Rom». Sono i gitani a comporre le orchestre militari turche che percorrono l’Europa dell’Est dal XVI secolo e che finiscono per propiziare l’emergere delle fanfare contadine. In Romania a inizio ’900 si conoscevano 50 gruppi Rom: dai Kalderash (stagnini) agli Ursarii (ammaestratori di orsi riconvertiti all’intaglio di pettini in corno). Vi brillano i Lautari, virtuosi del liuto e del violino, affrancati dalla condizione di musici schiavi a partire dal ’700. È alla fine di questo secolo che si sposta in Russia la «tziganomania».
Ogni principe ha il suo complesso. Con la Rivoluzione d’Ottobre gli tzigani scappano in seguito alla proibizione bolscevica del nomadismo (e alla fine dell’aristocrazia), prima che in Germania le leggi coercitive della Repubblica di Weimar facciano da preludio alla follia nazista (oltre 200.000 Rom sterminati nei lager). In quegli anni il celebre violinista Jean Gulesco aveva già chiuso il suo straordinario vagabondare: dal palazzo dello zar Nicola II a Berlino, da Istanbul alla Parigi dei cento cabaret come il Montechristo e lo Shéhérazade.

 

Condizioni di vendita per il libro "IL VIAGGIO MUSICALE DEI GITANI. Dall’India all’Andalusia":
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- POSTEPAY
- P2P POSTEPAY
- BONIFICO BANCARIO (da c/c bancari)
- PAYPAL (soltanto quando la spedizione è raccomandata, l’importo del libro superiore ai 10 euro e non si è goduto di sconti)
- PAYPAL (familiari e amici) in tutti gli altri casi

NO SCAMBI
NO RICARICHE TELEFONICHE
NO CONTRASSEGNO
SPEDIZIONI:
SPESE DI SPEDIZIONE "PIEGHI DI LIBRI" + confezionamento (con buste imbottite a bolle d’aria):
0-2 Kg Ordinario 2,00 € Raccomandato 5,00 €
2-5 Kg Ordinario 4,00 € Raccomandato 8,00 €
NOTA BENE1: i prezzi di spedizione sono comprensivi del confezionamento con busta a bolle.
NOTA BENE2: le spedizioni "pieghi di libri" ordinarie non sono tracciabili.
TEMPI DI RICEZIONE:
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Pertanto non chiedetemi informazioni sulle tempistiche di consegna relative al vostro acquisto , poiché ne so quanto voi. E a maggior ragione non chiedetemi se e quando ho spedito il libro:
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D.LGS 205/2006 - D.LGS 21/2014
Aggiornato al 13 giugno 2014

Articolo 3
Definizioni

1. Ai fini del presente codice ove non diversamente previsto, si intende per :
a) consumatore o utente: la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta ;
...
c) professionista: la persona fisica o giuridica che agisce nell'esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale, ovvero un suo intermediario;

Articolo 63
Passaggio del rischio
1. Nei contratti che pongono a carico del professionista l’obbligo di provvedere alla spedizione dei beni il rischio della perdita o del danneggiamento dei beni, per causa non imputabile al venditore, si trasferisce al consumatore soltanto nel momento in cui quest’ultimo, o un terzo da lui designato e diverso dal vettore, entra materialmente in possesso dei beni.
2. Tuttavia, il rischio si trasferisce al consumatore gia’ nel momento della consegna del bene al vettore qualora quest’ultimo sia stato scelto dal consumatore e tale scelta non sia stata proposta dal professionista, fatti salvi i diritti del consumatore nei confronti del vettore.

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