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L’ arca di Bernabò Visconti al Castello Sforzesco di Milano

 

L’ arca di Bernabò Visconti al Castello Sforzesco di Milano
 

Autore: Curatore: G. A. Vergani
Editore: Silvana editoriale
Anno:2001
ISBN: 9788882153847
Collana: Tesori dell’arte medievale
Condizioni: NUOVO
Categoria: arte - scultura
ID titolo:43839994

"L’ arca di Bernabò Visconti al Castello Sforzesco di Milano" è in vendita da mercoledì 14 ottobre 2020 alle 23:38 in provincia di Varese

Note su "L’ arca di Bernabò Visconti al Castello Sforzesco di Milano":
Prezzo comprensivo spedizione tracciabile
Nuovo, fuori catalogo, perfette condizioni
200 pagine, riccamente illustrato, grande formato 30 x 26, con custodia
più copie disponibili

A san Johanni è la sua sepoltura. / È lavorata tucta d’oro intorno, / E sopra ’l capo la sua armatura, / Siccome portava quel barone adorno / ... D’oro e d’argento coperto è il barone / Sur un cavallo bello e meraviglioso, / E di fin oro sì porta sperone, / E par pur che sia vivo il valoroso. Nel suo Lamento funebre di Bernabò Visconti, Matteo da Milano si fa per noi testimone diretto, offrendoci una vibrante e puntuale descrizione di quello che doveva essere l’aspetto originario del monumento all’indomani della morte del signore di Milano; morte occorsa improvvisamente la notte del 18 dicembre 1385, quando Bernabò si trovava prigioniero del nipote Gian Galeazzo Visconti nella rocca di Trezzo d’Adda, forse per toxico dato in una scudella de fagioli, come narrano le cronache. Fu proprio Gian Galeazzo, per stornare da sé ogni sospetto, a tributare allo zio magnifiche esequie e un’onorevole sepoltura, nella stessa chiesa in cui già da più di vent’anni esisteva la sola statua equestre di Bernabò Visconti. Un monumento imponente, disposto su tre livelli (il basamento, la cassa sepolcrale e la statua equestre), finemente dorato e policromato, che incombeva con i suoi sei metri di altezza sull’altare maggiore della chiesa di S. Giovanni in Conca, adibita da Bernabò a mausoleo famigliare e ora distrutta. Vi rimase fino al 1571, quando fu relegato nella navata sinistra della chiesa, su indicazione dell’arcivescovo Carlo Borromeo, preoccupato che la collocazione a ridosso dell’altare potesse portare a sospetti di idolatria. Tra il 1813 e il 1814 fu poi trasferito a Brera, e nel 1898 al Castello Sforzesco, dove trovò la sua attuale ubicazione solo nel 1954.

Dall’analisi condotta da Graziano Alfredo Vergani in occasione del recente intervento di pulitura dell’arca di Bernabò Visconti, sono emerse importanti novità che gettano nuova luce sia sulle figure di tutto rilievo del committente (Bernabò) e dell’artista (Bonino da Campione), sia sulle vicende di costruzione e trasmissione del monumento nel corso del XIV secolo, oltre che sulla comprensione del significato originario dell’opera anche in rapporto alla tradizione iconografica della statua equestre e al valore glorificante ad essa connesso. In particolare, le numerose incongruenze strutturali e le disomogeneità stilistiche più volte riscontrate tra le varie parti del monumento hanno portato Vergani a concludere che l’arca sia stata realizzata in tempi brevissimi, utilizzando in parte pezzi appositamente preparati (come i lati brevi della cassa, i pilastri di sostegno e uno degli angeli), in parte elementi di recupero da altri monumenti (come i lati lunghi della cassa, le colonne di sostegno e il secondo angelo), oltre al gruppo equestre che, affiancato dalle personificazioni della Giustizia e della Fortezza, era già presente nella chiesa. Verosimilmente, la costruzione del monumento funebre fu avviata da Bonino da Campione su commissione dello stesso Bernabò, forse in concomitanza con la morte della moglie Regina della Scala nell’aprile del 1384, interrotta durante la sua prigionia, infine ripresa e portata a conclusione tra il dicembre 1385 e il gennaio 1386, per volontà di Gian Galeazzo. A quest’ultimo si dovrebbe far risalire allora anche la decisione di un intervento sulla statua equestre, la cui scoperta costituisce una delle novità più salienti e suggestive proposte dal Vergani: il ritratto del condottiero, che fino alle spalle fu scolpito separatamente dal grande monolito, non appare essere quello originario. Una precedente versione, infatti, doveva presentare la testa del Bernabò celata sotto l’elmo sormontato dal cimiero, poiché alle insegne araldiche era affidata la possibilità di riconoscere il personaggio, come dimostra il ritrovamento del coietto (il cinturino destinato a trattenere in posizione l’elmo), il quale risulta inspiegabilmente interrotto proprio in corrispondenza della cesura tra il busto e il tronco. Indizi e conferme in questa direzione sono desumibili dalla stessa testimonianza di Matteo da Milano, oltre che dal confronto con le arche scaligere veronesi, e dall’osservazione di alcune miniature contenute nel lussuoso Guiron le Courtois della Bibliothèque Nationale di Parigi, realizzato verso il 1370-75 per volontà dello stesso Bernabò. In questo modo Gian Galeazzo riusciva a rendere più accettabile un’immagine che, anche per la sua provocatoria collocazione, veniva fino a quel momento percepita come dichiarazione di guerra contro la Chiesa più che come un omaggio alla fede e alla devozione. Una sfida lanciata alla Curia pontificia, che lo aveva fatto oggetto di ben quattro bolle di scomunica, e davanti alla quale il signore di Milano esprimeva a chiare lettere il proprio punto di vista: ritenersi e voler essere considerato æDominus ’ e æDeus ’ all’interno dei confini del suo dominio.

 

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"L’ arca di Bernabò Visconti al Castello Sforzesco di Milano"
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D.LGS 205/2006 - D.LGS 21/2014
Aggiornato al 13 giugno 2014

Articolo 3
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1. Ai fini del presente codice ove non diversamente previsto, si intende per :
a) consumatore o utente: la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta ;
...
c) professionista: la persona fisica o giuridica che agisce nell'esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale, ovvero un suo intermediario;

Articolo 63
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1. Nei contratti che pongono a carico del professionista l’obbligo di provvedere alla spedizione dei beni il rischio della perdita o del danneggiamento dei beni, per causa non imputabile al venditore, si trasferisce al consumatore soltanto nel momento in cui quest’ultimo, o un terzo da lui designato e diverso dal vettore, entra materialmente in possesso dei beni.
2. Tuttavia, il rischio si trasferisce al consumatore gia’ nel momento della consegna del bene al vettore qualora quest’ultimo sia stato scelto dal consumatore e tale scelta non sia stata proposta dal professionista, fatti salvi i diritti del consumatore nei confronti del vettore.

gazzettaufficiale.it
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